Reset di memoria

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Reset di memoria

Il catechismo della Giornata della Memoria ci impone di ricordare lo sterminio di circa 6 milioni di ebrei, a opera del nazismo, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Giusto e doveroso. Direi sacrosanto. Ma il ricordo, se limitato a celebrazioni accademiche, non serve a mettere il mondo al riparo da sempre nuove carneficine. Allora si disse: “mai più”. Ma davvero non è più accaduto?

Ho cercato qualche risposta a questa domanda indagando il fenomeno dei genocidi da un’angolazione specifica, attraverso “l’anello debole” di ogni conflitto: le donne e il loro corpo. Ne è venuta fuori una mappatura dell’orrore di un fenomeno di proporzioni spaventose e niente affatto debellato .

Gli stupri di massa in Bosnia Erzegovina sono il paradigma di quello che in ogni guerra, vecchia e nuova, si è sempre consumato e cioè la violenza carnale. Ma sono anche l’emblema della potenza mediatica di un sistema di informazione mondiale viziato e che ha portato alla luce il caso della ex Jugoslavia, mettendo in ombra le troppe pulizie etniche nel resto del mondo.

In un diffuso immaginario collettivo si è infatti portati a credere che quel che avvenne nei Balcani fu il primo caso di violenze sessuali sistematiche volte allo sterminio di una intera etnia. In realtà, la Bosnia è soltanto il primo caso in cui questa pratica entrò ufficialmente nella legislazione internazionale come fattispecie giuridica penalmente perseguibile. E’ infatti grazie al  rapporto della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, con la conseguente istituzione del Tribunale Internazionale dell’Aia, che il reato di stupro etnico divenne “parte di una strategia bellica” finalizzata al genocidio.  Una vittoria giuridica certo. Non una vittoria umana. Persiste, infatti, una percezione diffusa del potenziale offensivo rappresentato dal corpo delle donne.

La casistica è ampia e sicuramente i numeri non rappresentano pienamente i dati reali. In ogni caso sono degli indicatori. Così apprendiamo di una cifra oscillante fra le 20 e le 50 mila il numero di donne stuprate nella guerra dei Balcani; mentre furono circa 500 mila nel Rwanda; e, andando indietro, sono 100 mila le donne tedesche violentate dalle truppe russe nell’ultimo conflitto mondiale; 200 mila le donne costrette dall’esercito imperiale a entrare nelle case di piacere, le cosiddette confort women. Emblematico è poi il dato sull’alta percentuale di donne violentate in Somalia, Congo, Sierra Leone e Kosovo a opera dei militari dei Caschi Blu dell’Onu, cioè da quelle forze che la comunità internazionale ha inviato in “missioni  di pace”-  il primo caso di Stupro umanitario?

Non esistono, infine, stime ufficiali sulle percentuali di donne che attraversano quotidianamente il Sahara e dirette in Occidente: donne che in molti casi hanno già un vissuto di violenza sessuale nei loro paesi di provenienza (in cui sovente è in atto un conflitto civile per ragioni etniche e religiose), e che sono costrette a subire più di una violenza ad ogni frontiera e posto di blocco attraversati. Le loro storie si perdono nei meandri degli “hotel a 5 stelle” dei centri di “accoglienza” previsti dalla democraticissima legislazione italiana. Come dire: i lager di Stato che sono monumenti all’ipocrisia  di una memoria celebrata a corrente alternata.

Ma quali sono, ancora oggi, le conseguenze di quegli stupri di circa vent’anni fa? La prima  è che ci troviamo davanti a una guerra mai finita. Dura ancora, violentissima, nelle anime ferite di quelle donne e di quegli uomini che hanno assistito allo stupro di madri e sorelle. Rivive ancora in una intera generazione di figli abbandonati subito dopo il parto e che vagano per il paese dediti all’alcol o alla droga quando non alla prostituzione. Anime lacere senza più essenza. Dura ancora in quelle donne che non hanno saputo accettare di avere procreato un nemico e di essere, loro malgrado, complici dei loro aguzzini: donne stigmatizzate dalla loro stessa comunità per la violenza subita e per il “frutto avvelenato” di cui sono portatrici. Alcune non hanno retto a un urto emotivo così devastante che le ha spinte ad abbandonare i figli subito dopo la nascita. Un nemico che spesso si è mosso in branco e che ha sequestrato, seviziato e violentato per lungo tempo donne giovani e adulte, alcune poco più che bambine, col preciso scopo di gettare su di loro il seme di un odio contro natura, destinato a sopravviverle. Donne sequestrate e portate nei lager per un tempo più o meno lungo e che, quando hanno “raccontato” lo hanno fatto riferendo solo dell’indicibilità di quel che hanno vissuto.  Lager  perfino con un nome dolce – lager privati –  richiamando alla mente un luogo protettivo, piccolo e accogliente. Donne disprezzate  dal nemico, che le ha usate come un contenitore in grado di continuare la loro stirpe. Donne disprezzate dal gruppo di appartenenza, colpevoli di avere dato alla luce un piccolo nemico. Donne e figli come corpi estranei di una società che non sa trovare perdono.

Molte fra loro si sono suicidate, in seguito a una pressione sociale che continuamente le ha stigmatizzate e ghettizzate, colpevolizzandole per la  violenza subita. Altre, le più “fortunate”, grazie all’azione di associazioni non governative formate da equipe di terapeute, per lo più straniere, cercano di sopravvivere imbottendosi di psicofarmaci, nel tentativo di sedare la rivolta interiore per un trauma che mai si supera. La quasi totalità vive in stato di indigenza assoluta in quartieri-ghetto, costrette a  guardare quotidianamente negli occhi i loro stessi aguzzini, in un paese ormai “pacificato”. Un inferno senza fine. Cicatrici rosso sangue che gronda ancora, copioso, nel cuore dell’Occidente.

Spostandoci in Ruanda cambia solo lo scenario degli orrori, ma non il loro effetto devastante. E allora sarebbe interessante conoscere (anche se sono prevedibili) gli effetti fisici ed emotivi con cui convivono le sopravvissute di etnia tutsi, violentante con l’avallo anche istituzionale delle donne hutu. Donne contro donne. In Ruanda si è infatti consumato un genocidio di proporzioni gigantesche grazie anche alla parlamentare Bernardette Mikarurangwa che incitò vigorosamente il suo paese agli stupri etnici. Molte furono vittime di femminicidio poiché non sopravvissero allo sventramento, alle mutilazioni sessuali con cui sono stati uccisi i bambini che portavano in grembo. Una violenza cieca con cui si è cercato di impedire la sopravvivenza di una intera etnia. Racconti che sono giunti fino a noi grazie alla testimonianza preziosa e coraggiosa delle sopravvissute che hanno trovato la forza di testimoniare in un’aula di tribunale sfidando regole antiche che le ha relegate ai margini della società di appartenenza. Coraggiose fino in fondo queste donne, poiché spesso non sono protette dalla comunità internazionale e che, una volta giunte davanti ai cancelli delle nostre frontiere dorate, respingiamo quasi con sdegno.

Cos’altro dobbiamo ancora togliere a queste dead woman walking?

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Letteratura e fornelli sono le mie passioni e, fra queste due attività, divido il mio tempo. Non senza fatica! Che la cucina è cura. E amore. Ma vedere il piacere dipinto sui volti dei miei commensali è una moneta molto preziosa. Una volta uno chef disse che chi mangiava le sue pietanze era come se stesse dando un morso alla sua anima, una specie di eucarestia laica. Lo penso anch'io! I miei racconti? Nascono dalla realtà che frequento, dalle piccole grandi storie che ogni famiglia custodisce, gemme preziose che voglio liberare dal buio dell'oblio. Racconto i racconti che mi raccontano, racconto la mia storia. Scrivo ciò che mi ispira. "L'ispirazione è il mio tavolo di lavoro" diceva Baudelaire: a mescolare gli ingredienti poi ci penso io. E' l'arte dell'attesa: in cucina, come per scrivere un testo, non bisogna avere fretta. Ogni elemento ha un suo tempo specifico di reazione, un suo tempo di "riposo" e uno di "lievitazione". Sui fuochi o dentro l'anima.

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