Resistenze tradite e genocidi dimenticati: giorni d’aprile e di revisionismo

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25 Aprile, giorno di ricordo e giudizi a posteriori. Anniversario di libertà ed infamia, dove all’esaltazione si accompagna la presa di distanza, il “ma” di turno, nel tremendo clima di cerchiobottismo che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. E che puzza un po’ di revisionismo.

E se in Italia non c’è unità nemmeno nel saper raccontare la propria storia, ieri, 24 aprile 2010, altri ricordi hanno infestato l’aria, altre lacrime vaporose si sono versate, le lacrime di un popolo dimenticato, che piange ancora oggi i morti di un genocidio silenzioso, che non fa audience, di cui non si parla, e che in fin dei conti non importa a nessuno.

Il 24 aprile 2010 il popolo armeno, nelle piazze delle sue città e di tutto il mondo, ha ricordato per la 95^ volta nella sua storia quello che chiama Medz Yeghern (Grande Crimine), quello che ancora in molti Stati si fatica a definire “genocidio”, e che nel nostro Paese lo è a metà. Infatti l’Italia rappresenta nella questione un caso particolare, essendo il genocidio armeno riconosciuto solo da una parte del Parlamento, corrispondente alla Camera dei Deputati  (precisamente il 17 novembre 2000), e dove solo una settimana fa’ la sen. Albertina Soliani, del Pd, è intervenuta a Palazzo Madama affinché anche il Senato della Repubblica Italiana (inspiegabilmente in ritardo) riconosca ufficialmente l’olocausto degli armeni, perpetrato dall’Impero Ottomano fra gli anni 1915 e 1917, e primo genocidio del secolo XX, che tanti ne regalò all’umanità. Genocidio attualmente riconosciuto sul piano internazionale da soli 20 Paesi, e celebrato ieri, per la prima volta, anche in diverse piazze turche da parte di centinaia di attivisti, nonostante in Turchia il riconoscimento della strage sia ancora lontano dall’essere ottenuto. Risale invece a quasi un mese fa’ la decisione da parte della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti degli U.S.A. (nonostante gli inviti a desistere del presidente Obama), che ufficializza la parola “genocidio” nella vicenda armena di inizio secolo scorso, ravvisando gli elementi di premeditazione e sistematicità (da sempre contestati fortemente dalla Turchia) che la rendono appunto tale, e rompendo i fino ad allora ottimi rapporti dell’amministrazione in carica con il Governo turco. Il presidente Abdullah Gul ha infatti prontamente risposto all’offesa richiamando in patria la figura dell’ambasciatore turco a Washington; ma la paura più grande era rappresentata dalla possibilità che il voto U.S.A. possa compromettere la ratifica da parte turca dei protocolli di normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, firmati a Zurigo il 10 ottobre 2009 dai rispettivi ministri degli Esteri, che prevedono l’avvio di più serene relazioni diplomatiche e l’apertura della frontiera comune.

La questione armena ancora quasi un secolo dopo appare di facile risoluzione, e la verità storica sugli avvenimenti del 1915-17, patrimonio del popolo armeno, di quello turco e dell’intera umanità rimane strenuamente aggrappata alle battaglie di cifre, alle giustificazioni storiche di una parte ed a due visioni contrastanti sulle relative vicende. Oggi il premier turco Erdogan si riferisce allo sterminio con la locuzione “fatti del 1915”, invitando gli storici a rivedere attraverso gli archivi turchi le vicende storiche, mentre la politica e la società civile turca, nella sua maggior parte, giustifica ancora i “fatti” minimizzando il numero degli uccisi, slegando le singole azioni da un programma comune orchestrato dal Governo, riferendosi alla minaccia filorussa che gli armeni rappresentavano, o addirittura mettendo in risalto l’aspetto di anacronismo semantico (non essendo a quel tempo ancora neppure stata coniata la parola “genocidio”), continuando ad attribuire l’uccisione degli armeni ad una semplice guerra civile. Ed è proprio questo negazionismo da parte turca che ha complicato il negoziato per l’ingresso del Paese nell’Unione Europea, essendo, a maggior ragione, in Francia, la confutazione dello sterminio armeno un reato punibile con la carcerazione.

Ma perché non riconoscere un crimine di 95 anni fa’? E perché sminuire un evento significativo, seme della libertà e della democrazia Italiana, come la Liberazione dal nazifascismo? Domande legate, non c’è dubbio. Negazionismo e revisionismo storico hanno sempre delle radici che affondano nella contemporaneità, frutti marci di progetti politici e culturali mai fini a se stessi. Questo vale anche per un’Italia che ormai si rispecchia nella contrapposizione netta e puerile fra due sistemi congelati e privi di sfumature, dove se non stai da una parte sei necessariamente con i nemici, dove si ripescano parole da Guerra Fredda, dove i morti infami diventano santi e viceversa. E vale per la Turchia, dove un’ammissione  del genocidio comporterebbe inevitabili concessioni politiche alla parte danneggiata, a proprio discapito. Questo è il motivo del perché i rapporti fra due Stati siano ancora condizionati da eventi del remoto passato.

Giovedì 22 aprile 2010 la paura degli Stati Uniti d’America di un congelamento dei rapporti fra gli Stati contendenti puntualmente si avvera. È l’Armenia però che blocca il processo di normalizzazione politica, accusando il Governo turco di porre condizioni preliminari inaccettabili, legando la ratifica dei protocolli di Zurigo (che devono essere approvati dai Parlamenti di entrambi i Paesi) a rivendicazioni sul territorio conteso del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena, ma formalmente parte dell’Azerbaigian, alleato della Turchia. E il trucco è trovato. 

La memoria del passato per costruire il futuro. È questa un’altra matrice comune, che unisce quei giorni così temporalmente e geograficamente lontani. 25 aprile 1945, l’Italia libera e unita, dopo anni di soprusi e violenze, di stragi in patria e fuori, di agonia democratica e di vergogna politica. E 24 aprile 1915, inizio delle deportazioni , delle morti per fame e sfinimento, dei massacri per strada, delle marce della morte dei Giovani Turchi, che coinvolsero circa (cifre ancora molto controverse) 1.300.000 Armeni turchi, nell’opera di rendere la Turchia una nazione “etnicamente omogenea”; un genocidio che si inseriva perfettamente nel contesto di pulizia etnica (vi furono massacri anche verso le minoranze assire e greche) operato da parte turca, e che seguiva il precedente sterminio di fine ‘800, che già aveva registrato  1.750.000 morti, su una presenza armena in Anatolia di 1.800.000 abitanti. A Devoto-Oli in mano si direbbe genocidio.

E forse i partigiani italiani, quelli francesi, quelli polacchi, e forse, anche chiunque parlasse dai microfoni o ascoltasse le voci e le note di Radio Londra sognava già un’Europa in pace, un’Europa unita. Oggi quel sogno passa anche dall’Armenia e dalla sua storia dimenticata.

 

 

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