Salinagrande; storia di Abdhul

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E’ vuota la tendopoli di Kinisia e sotto il sole cocente di Trapani sembra attendere il proprio destino.

 

Diventerà forse un CEI (Centro di Identificazione ed Accoglienza) ed ospiterà probabilmente i prossimi arrivi dalla Libia.

Intanto, dei 700 migranti giunti a Trapani da Lampedusa alla fine di Marzo non è rimasto più nessuno.

La gran parte ha già ottenuto il Permesso di Soggiorno Temporaneo ed ha raggiunto lidi più accoglienti di un’Italia deludente e inospitale.

I circa cento ancora in attesa, sono invece ospitati presso il Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Salinagrande. Fra risse, paura ed attese interminabili.

<<Aspetto che mi intervistino per avere il permesso di soggiorno -ci spiega Abdul, uno degli ospiti del CARA- ed ho una grande paura che me lo rifiutino.>>

Ad Abdul piace farsi chiamare come lo chiamava la sua famiglia: Ballah.

Ha 27 anni e viene dal Sudan. Davanti ad una tazza di Thè, lontani dal CARA, Abdul, in un italiano ancora stentato, si rilassa e mi racconta di sé, della sua fuga iniziata quattro anni fa, del suo arrivo a Lampedusa ed, infine, a Trapani.

I suoi occhi neri e il suo sorriso si rabbuiano al pensiero di un rimpatrio.

<<Non posso tornare in Sudan. E non perché sono un delinquente scappato di prigione, come mi sento dire spesso qui. Non posso tornare perché da tanti anni nel mio paese c’è una guerra che non capisco. Non so neanche perché sia scoppiata. So solo che il mio Governo, quand’ero piccolo, ha messo un fucile in mano a me e a mio fratello. Mio fratello è morto e io sono scappato per non finire come lui.>>

Mi accorgo di un fremito alle sue labbra. Forse al ricordo del fratello. O di un fucile in mano ad un bambino.

<<Se torno mi arrestano perché ho abbandonato l’esercito. E la prigione in Sudan non è come in Italia. In carcere lì si muore.>>

<<Come sei riuscito a scappare?>>

<<Volevo andarmene via. Non volevo morire e non volevo più sparare a nessuno. Quattro amici, anche loro soldati, hanno procurato un fuoristrada ed insieme abbiamo attraversato il deserto della Libia. Per sette giorni abbiamo guidato in mezzo alle dune. L’acqua era pochissima e dovevamo dividerla in parti uguali. Potevamo berne quattro o cinque bicchieri al giorno per uno. Anche il cibo era pochissimo. Ma siamo riusciti a sopravvivere.>>

<<Cos’è successo dopo?>>

<<In Libia abbiamo vissuto giorni molto brutti. Chi ha il colore della pelle come il mio Gheddafi lo considera nemico. Non so perché. So solo che, notte e giorno, dovevamo nasconderci e scappare dai soldati libici. Se ci avessero trovati, ci avrebbero derubati ed uccisi. Siamo rimasti qualche mese ed è stato molto difficile.>>

<<Come sei arrivato a Trapani?>>

<<In Libia mi hanno detto che era possibile imbarcarsi in Tunisia per arrivare in Italia. Servivano novecento dollari. Sono riuscito a procurare i soldi e a salire a bordo. Eravamo centoquaranta in una piccola imbarcazione, tutti uomini. Era gennaio e il mare era brutto. Ci sono state onde alte per tutto il viaggio. Dopo quattro giorni siamo stati avvistati da un elicottero della Polizia. Ci hanno presi e portati in salvo a Lampedusa. Nessuno di noi è morto, ma eravamo stanchi, affamati ed avevamo freddo.>>

<<Dove hai vissuto in questi ultimi anni?>>

<<Dopo Lampedusa sono rimasto tre anni a Palermo, ma mi hanno trovato senza documenti e mi hanno portato qui. Hanno preso le mie impronte ed ora aspetto il permesso di soggiorno.>>

<<Cosa sognavi di trovare in Italia?>>

<<Volevo essere libero. Volevo un lavoro, una casa, ma ho capito che qui non è possibile. Non c’è lavoro e chi ti fa lavorare non ti mette in regola. Voglio andare via dall’Italia. Non so dove: in Francia, in Germania forse…Quando troverò un lavoro e una casa farò in modo che anche mia madre e le mie sorelle mi raggiungano.>>

<<Come vivi a Trapani?>>

<<Qui al Centro si sta bene. Gli assistenti sociali ci trattano bene e anche i poliziotti. Mangiamo tre volte al giorno e abbiamo un posto dove dormire. Però ci sono molte risse e qualcuno fra noi ruba. Non possiamo lavarci o stendere della biancheria perché rischiamo di non trovarla più. Questo non è giusto.>>

<<E la gente?>>

<<Anche con loro va bene. Se siamo tranquilli ci lasciano stare. A volte qualcuno ci parla, ma non capita spesso. Forse pensano che siamo ignoranti.>>

<<Come passi qui al Centro le tue giornate?>>

<<Non abbiamo molto da fare. Giochiamo a carte, al pallone. Io da qualche giorno ho un cagnolino e passo il tempo facendolo correre e saltellare. Durante la settimana andiamo anche a Trapani, ma non sempre: sono quindici chilometri a piedi da qui. Ci sono gli autobus, ma non abbiamo soldi per prenderli e gli autisti spesso ci fanno scendere.>>

Ogni pomeriggio, la strada provinciale che da Salinagrande porta a Trapani (“via Libica”, per ironia del destino) si popola di passi stanchi e sorrisi forzati. Raramente qualcuno chiede un passaggio. Raramente qualcuno si ferma.

<<La strada -ci spiega Salvatore Tallarita, presidente dell’Osservatorio delle Contrade di Trapani Sud- è molto pericolosa. Non esiste un marciapiede ed è quasi completamente al buio. Il rischio che qualcuno di loro venga investito da un’auto è altissimo. Ma non è l’unico problema qui. Non esistono iniziative o progetti per coinvolgere questi ragazzi in qualche modo. Le loro vite e le nostre viaggiano su binari paralleli.>>

Forse perché le voci che circolano a Trapani non sono per niente rassicuranti. Voci di tunisini che rubano ed occupano case di villeggiatura. Voci di libici scappati di prigione.

<<L’ottanta per cento dei neri che arrivano -sbotta un poliziotto- è evaso dalle carceri. Come facciamo a fidarci? Io posso sempre mettere mano alla pistola, ma chi non ce l’ha una pistola? Come fa difendersi?>>

<<Si dice -mi racconta Giovanna, 16 anni, studentessa- che abbiano delle malattie. A Kinisia i poliziotti avevano tutti le mascherine!>>

<<Eppure -spiega ancora Tallarita- Trapani non è razzista. Da sempre ospitiamo profughi, richiedenti asilo, clandestini. Certe affermazioni sono solo legate alle false informazioni e all’ignoranza e probabilmente cadrebbero nell’oblio se solo la gente guardasse negli occhi questi ragazzi e ne conoscesse meglio le storie.>>

Natya Migliori

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