Sanremo,l’ Italia, la tradizione

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Sono uno spettatore occasionale del Festival di Sanremo con alterne fortune dall’Anno Domini 2003, quando per la prima volta mi accostai al fenomeno con più richiamo nazionalpopolare del nostro Paese.

Il Festival della canzone italiana, pensavo, dev’esserci il meglio del meglio.

Questa è la decima edizione che seguo, con alterne fortune. Ci sono state edizioni valide e meno valide, edizioni remarkable e altre scivolate via nell’anonimato più totale. Non è ancora del tutto tempo di bilanci, ma mi sento libero di poter affermare che siamo davanti a una delle edizioni più scarne di sempre. Due soli sono i momenti davvero validi (no, la farfalla beleniana non conta, altrimenti sarei costretto a citarvi il balletto di Serena Autieri -della quale quantomeno non esiste un video homemade dove si diletta con il fidanzato del tempo e dove in moltissimi ne hanno ammirato le grazie), e di questi solo uno è musicale. Due momenti per circa un’ora complessiva, in tre serate che hanno mostrato una faccia brutta del Festival, ovvero quella della tradizione della canzonetta all’italiana, ancora oggi tristemente ricalcata quasi come fosse carta carbone e tenuta sugli stessi, vecchi binari da gruppi come i Matia Bazar e Arisa -bravi, sì, per carità, però l’originalità non è proprio di casa, qui. Una tradizione che ha reso grande l’Italia nel mondo nei ruggenti anni ’50 e ’60, ma che poi non si è affatto avvicinata ai canoni musicali che nel resto del mondo si evolvevano in diversi generi; in Italia no, in Italia come sempre siamo in ritardo su tutto o quasi, tanto da stupirci positivamente quando i Marlene Kuntz a fine anni ’80 sono entrati di prepotenza nella scena alternativa del nostro Paese, ricalcando quanto già fatto qualche anno prima oltreoceano dai Sonic Youth.

Sia chiaro: la musica italiana ha regalato gemme inestimabili anche durante il periodo di “buio”, quello dove siamo apparentemente rimasti al palo, attaccati a una tradizione, mentre il resto del mondo andava avanti. Il discorso riguarda la musica mainstream in primis, e Sanremo stesso in seconda battuta. Precisazione ovvia, ma dovuta; precisazione altresì funzionale per arrivare al primo momento da sottolineare di questo Festival, che riguarda i Marlene Kuntz, la musica italiana anni ’70 e un’artista con tutti i crismi, ovvero Patti Smith.

Nella terza serata il team capitanato da Gianni Morandi ha scelto di far presenziare un ospite internazionale per ogni partecipante, e tra i vari Mads Langer, Gary Go e Shaggy spuntano due nomi realmente pesanti: Brian May e, appunto, Patti Smith. La performance del capelluto chitarrista dei Queen insieme a Irene Fornaciari è un ottimo momento, ma passa tutto in secondo piano quando, pochi minuti dopo, la Sanremo Festival Orchestra ha cominciato a suonare note conosciute, note rese grandi nel mondo da un gruppo che altrove sarebbe stato osannato da tutto il Paese, ma qui siamo in Italia, e la Premiata Forneria Marconi ha conosciuto il teatro Ariston solo nel 2009, come gruppo ospite per ricordare il caro amico Fabrizio De André a dieci anni dalla sua scomparsa.

Torniamo a Sanremo 2012, terza serata: le note che echeggiano sono quelle di Impressioni di Settembre, portato alla ribalta nel 1971 dalla suddetta PFM. Il brano è conosciuto in tutto il mondo, ed sia MK che Patti Smith l’hanno coverizzato (la Sacerdotessa nella versione inglese, The world became the world). È il momento che fa realizzare a più o meno tutti come questo Festival sia mediocre, in cui tutti ci rendiamo conto che stiamo guardando un ammasso di niente, mentre là fuori c’è un mondo stupendo. È l’attimo in cui realizziamo che quello che sembrava normale tanto normale forse non lo è, in cui tutto smette di avere senso. L’esibizione musicale più intensa degli ultimi dieci anni di Sanremo, per quanto riguarda il sottoscritto. Immensa.

Musicalmente, Sanremo è tutto qua. C’è anche qualcosa di carino (Bersani e il suo talento da paroliere, Finardi che sembra più giovane di quasi tutti gli altri giovani, in quanto non necessariamente ancorato alla famosa tradizione di cui sopra), ma -pur con tutta la stima del mondo (ed è tanta)- tutto scompare di fronte a quell’esibizione. Musicalmente, come detto, Sanremo è iniziato e finito là.

Dei due momenti che hanno esaltato questo Sanremo Impressioni di Settembre era l’unico musicale. L’altro è, ovviamente, Adriano Celentano. Non il monologo, quello che ha detto, le sue canzoni, no: lui, proprio lui. Si può entrare o meno nel merito di ciò che ha detto, delle sue opinioni, delle sue idee e si può essere d’accordo con le sue frecciate, potenti e dirette ai più disparati apparati del potere, di tutto il potere, così come possiamo anche non esserlo. Il molleggiato non ha risparmiato nessuno e le critiche del giorno dopo assumono un’aria ridicola, considerato che dando palco e microfono a uno come lui, schietto e dalla lingua sciolta, la polemica è un corollario necessario.

Ora: Celentano ha detto cose giuste e meno giuste. Conta relativamente poco: erano opinioni sue, cui ha persino dato anche un accenno di contraddittorio con l’intervento di Pupo, un po’ tirato per i capelli ma comunque presente. Adriano Celentano ha fatto parlare tutti di Sanremo, chi per sentito dire (“Celentano odia la chiesa” è il sunto di chi ha seguito un altro programma, martedì sera), chi perché voleva dire la sua coscienziosamente. C’è anche, al solito, chi ne ha parlato perché “ha sparato a zero, senza dare soluzioni”, come se fosse compito suo. Insomma, critiche su critiche, che testimoniano solo come Celentano sia un magnete per la TV italiana, come tutti ne parlino, come il suo carisma, il suo tenerti incollato allo schermo aspettando che riprenda il discorso interrotto per bere un bicchiere d’acqua, come tutto questo sia un dono che in pochi hanno ancora nel nostro Paese. Ma non è un bene: così come è sacrosanto dire che senza un passato ben costruito non c’è futuro, è altrettanto essenziale (e anche abbastanza lapalissiano) rendersi conto che senza un presente degno di tal nome, il futuro è solo una chimera.

Sanremo si dimostra come ogni anno lo specchio dell’Italia, ancorata ai dogmi di quaranta e più anni fa, che fatica ad evolversi, a uscire dal suo guscio. Un’Italia dove un programma si può autodefinire “social” perché ha fatto un concorso su Facebook (concorso tra l’altro criticato da molti per qualche nube di troppo sui risultati finali), ignorando che “social” non è una prerogativa del prodotto di Zuckerberg, ma va ben oltre. La stessa Italia dove questo programma social vede annullata la prima serata di voto della giuria per un guasto alla centralina e i giudizi sono registrati con carta e penna (ma alla fine della serata del tutto annullati).

Un Festival che voleva sembrare grande, ma che resta sempre schiavo della cultura scarna di chi pensa che “ai miei tempi si faceva così”, e di chi per provare a vincerlo, questo Festival, si adatta a questo modo di pensare.

Gli esperimenti storicamente sono sempre accettati con più di una riserva dallo zoccolo duro del Festival, e quando qualcuno prova a svecchiarlo non sempre i risultati sono all’altezza delle aspettative. Ci provò la Ventura, che con la direzione artistica di Tony Renis mise su un Festival non esaltante, ma qualitativamente discreto. Ci provò poi Bonolis a introdurre novità, e a funzionare meno fu lui, più a suo agio in altri contesti, in una delle edizioni qualitativamente migliore degli ultimi anni.

Ma niente: lo spettatore medio del Festival cerca altro. Cerca i Matia Bazar, che da vent’anni presentano un brano identico e ultimamente si vedono solo a Sanremo; cercano i Peppino Di Capri, i Toto Cutugno; cercavano Mike Bongiorno alla conduzione, o Pippo Baudo, in uno dei dualismi storici della kermesse. Non cercano Marlene Kuntz o Afterhours, ma neanche Negramaro e Vasco Rossi, a giudicare dai risultati. Non cercano nulla che possa apparire “nuovo”. Per cui, il punto è semplice: non si può cambiare il nome del Festival? Qualcosa tipo “Festival della tradizione musicale italiana” dovrebbe andare bene. E poi giù di brani con arrangiamenti che strizzano l’occhio ai ’60, con vaghi echi di ’70 o ad andar bene qualcosa di ’80. Brani che mostrano pochezza creativa e testi à la Sole cuore amore, che male non fa e nessuno può sentirsi offeso.

Sanremo, ascolta un consiglio, col cuore: cambia. È un fatto ovvio e naturale, si chiama adattamento. “Cambiare tutto perché nulla cambi”. Sanremo, fidati: il momento è arrivato. Basta Morandi, basta donne giocattolo messe là per dire quattro parole in croce e fare il balletto. Sanremo, sei diventato grande perché proponevi qualcosa che al tempo che fu era innovazione, ma ora è stantio. Osa, Sanremo. Perché, se non osi dopo un’edizione così povera, anche il più cieco dei tuoi fan si renderà conto di cosa sei. È tempo di creare una nuova tradizione, e per farlo devi cambiare tutto. Perché Sanremo non è solo Sanremo, ma è anche l’Italia, e l’Italia non può essere questo Sanremo.

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