Se cade anche la democrazia inglese…

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È dal 1688, dalla Glorious Revolution di Guglielmo III d’Orange e Maria II d’Inghilterra, che le cultura europea e mondiale si disintossica dalle magagne, dalle repressioni, dalla mancanza di libertà delle proprie maleodoranti nazioni, semplicemente osservando, puntando gli occhi verso la Splendida Albione, portatrice dell’angelica luce della democrazia. Thomas More, Thomas Hobbes, John Locke, Isaac Newton, Adam Smith, Charles Darwin, John Stuart Mill, Edmund Burke, Bertrand Russell, George Orwell sono alcuni nomi fra i tanti che trassero dalla terra d’oltremanica le fondamenta del loro superbo intelletto, ed altri – primo fra tutti Karl Marx – cercarono il segreto della «perfetta democrazia», che oggi, nel pieno delle conoscenze storiche, ci appare così ampiamente sopravvalutata. Eppure, scienziati, artisti, filosofi, economisti di ogni sorta e di ogni luogo, fino al secolo scorso, erano pronti a chiudere un occhio sul tremendo imperialismo britannico e sulle repressioni dei fronti d’indipendenza di ogni paese soggiogato dalla Corona inglese, tanto che, nel 1942, in una Berlino tremante sotto le bombe della Royal Air Force, Carl Schmitt si impegnava – nel suo saggio dedicato alla figlia, «Terra e Mare» – a tessere le lodi della forza, dell’eleganza, della maturità e dell’umiltà della potenza anglosassone, sovrana del mondo per vigore fisico e prontezza di pensiero.

Eppure oggi il marchingegno pare essersi inceppato nella madrepatria del liberalismo mai realizzato, ed a Downing Street pare arrivare troppa posta infiammabile da qualche tempo. Troppi scandali, troppi coinvolgimenti politici, troppi problemi economici, troppe tensioni sociali, troppi impicci internazionali, troppe politiche mancate e troppo poche politiche necessarie. È bastato qualche mese agli inglesi per far ponderare nuovamente, e con maggiore profondità intellettuale, la considerazione che laburisti e conservatori fossero alla fin fine uguali: è probabilmente vero, ma David Cameron – proprio lui, discendente diretto (ma illegittimo) di Guglielmo IV d’Inghilterra – non avrebbe potuto accettare di essere considerato figlio scalzo del rivoluzionario contadino trecentesco Wat Tyler – praticamente, come scriverebbe la Rowling, un Mezzosangue – , ed ha subito preso provvedimenti da vero Tory. Così, già a novembre 2010, Londra, come numerose altre città del Regno Unito, sono state infiammate dalla protesta studentesca contro lo sproporzionato – «assassino», per utilizzare le parole di Aaron Porter, della National Union of Students – aumento delle rette universitarie varato dal governo liberal-conservatore – il cui solo nome è decisamente esilarante. Camionette della polizia date alle fiamme, negozi distrutti, la Bank of England assaltata, feriti, manganelli, spranghe. In piazza c’erano proprio i cartisti, ma Cameron non è William Gladstone né Benjamin Disraeli, e solo qualche scintilla di senno improvvisamente riapparsa nella mente di una manciata di liberaldemocratici l’ha riportato sulla retta via. Poi ancora gli scandali, troppo vicini, troppo importanti, e le imprecazioni contro Murdoch, maledetto buttasoldi australiano naturalizzato yankee venuto a contaminare con i suoi luridi affari il perfetto e puro sistema informativo britannico. E poi, in piena estate, la nuova esplosione di violenza. Ma erano i Levellers stavolta a riempire le strade: e violenza, incendi, distruzioni, saccheggi. Morti, 5. Arrestati, 888. Danni, 200 milioni di sterline. Ripristinato l’ordine, stavolta, anche David Cameron si mette l’armatura di Oliver Cromwell: «pagherete per quello che avete fatto», con il dito puntato verso l’altra faccia del teleschermo. E poi continua: «non si è trattato di politica, né di manifestazioni, ma di furti». Anche troppo: «non si tratta di povertà, si tratta di cultura. Una cultura che glorifica la violenza, mostra disprezzo per l’autorità, e parla tanto di diritti ma non di responsabilità». L’idea è passata. Parola d’ordine – in pieno stile Roberto Maroni – sicurezza ed ordine sono la priorità, ed i mezzi forti sono gli unici mezzi. E così aumento delle forze di polizia, intervento dell’esercito e, dulcis in fundo, l’annunciato stop dei social network – già tentato e mai ancora riuscito dal collega di Varese. Se accadesse in Italia alcuni giornali già parlerebbero di golpe, come parlano di golpe altri giornali ogni volta che la Corte Costituzionale fa il suo mestiere. La verità non è così estrema, ma il Novecento ci ha insegnato la sottigliezza dei confini fra una democrazia ed un autoritarismo.

È forse così che crolla il mito britannico di libertà e democrazia? Con la fine della libertà di scambiare liberamente opinioni ed idee attraverso i mezzi che la tecnologia ci offre, quegli stessi mezzi che hanno infiammato – ed hanno provato a liberare – l’altra parte del mondo? Evidentemente no, perché nella mente di un conservatore c’è molto altro che può entrarci. Così, in occasione del lancio del nuovo sito di petizioni online del governo britannico, che permette, alle richieste che raggiungano almeno 100mila firme, di essere dibattute alla Camera dei Comuni – solo questo segna il confine fra la democrazia inglese e la nostra, e solo questo motiva tutto ciò fino a questa riga scritto – , un simpatico deputato, Andrew Turner, rappresentante dell’isola di Wight, ha proposto di ripristinare nel Regno Unito la pena di morte – per esempio, per omicidio di minore – , dal 1965 prevista solo in caso di «incendio del Palazzo reale, Alto tradimento e pirateria con violenza», ed abolita definitivamente nel 1998, dopo la fine del trentennio conservatore di Thatcher e Major.

In ogni caso, a tranquillizzare gli inglesi ci ha pensato Barbara Potter, consigliere comunale laburista a Leicester: «sono una madre io stessa e voglio che i miei figli siano al sicuro. Credo in occhio per occhio, dente per dente, vita per vita. Con tutta la tecnologia del DNA che abbiamo ora, se le prove del DNA indicano che un uomo è stato al 100% l’assassino di un bambino, allora credo che in quei casi la pena capitale sia giusta».

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