Se è camurrioma non è brutto

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I ricordi vanno indietro nel tempo, lontano. Avevo 18 anni, quarantacinque anni fa.

In famiglia non se ne parlava, quantomeno non in presenza mia o di mio fratello. Nonostante i miei 18 anni, nonostante fossi in procinto di affrontare il servizio di leva, nonostante fossi economicamente indipendente, in mia presenza non se ne parlava.

Vedevo così i miei parenti assembrati in salone a confabulare e nulla trapelava se non le loro facce compassionevoli. Fu solo un caso che mi portò a scoprire la verità, che comunque non compresi: “ha un brutto male”, queste le parole di una donna in salumeria, parlava con la titolare e non si accorse della mia presenza.

Un brutto male… ma quanto brutto? E’ solo brutto o si può sconfiggere? Perché a mia madre, lei non ha mai avuto comportamenti “brutti”. Cosa le succederà, dovrà soffrire?

Milioni di domande affollavano la mia mente, ma nessuno a cui poterle confidare, nessuno a cui chiedere spiegazioni. L’argomento era tabù e guai a parlarne fuori, il rischio era di ricevere solo carezze falsamente compassionevoli.

Imparai in fretta che il mio compito non era “capire” ma agire. Mi presi cura della famiglia e accompagnavo mia madre in ospedale. Attendevo con lei, in quelle sale dove nessuna parlava con le altre, e questo era strano.

Non tardarono i primi effetti collaterali; caddero i lunghissimi capelli di mia madre, quelli che le permettevano il suo altissimo toupet (lo rivedo nei cartoni di Margie Simpson): il suo orgoglio, la sua rivincita sociale.

La guardavo con la parrucca, era così irreale. Era triste, con i capelli aveva perso anche la sua proverbiale  simpatica allegria.

Le parrucche le ho ritrovate qualche anno fa, insieme a Eleonora, alla clinica oncologica dell’ospedale di Taormina. Qui avevano un altro sapore, odoravano di riscatto, di complicità, di volontariato e, le donne che le portavano ne parlavano con disinvoltura, scherzandoci ma soprattutto condividendo la propria esperienza con il nostro giornale.

Le donne hanno imparato a prendere coscienza di questo male che sembra prediligerle, un po’ meno noi uomini. Guardiamo sempre con distanza e distacco l’evoluzione di queste malattie, non diciamo più “il brutto male” ma continuiamo a assumere comportamenti incapaci di produrre la giusta condivisione.

Ma le donne sono diverse, si sa, e spesso eccezionali.

Ed ecco che nel pensiero di una donna speciale, il cancro diventa un “cammurrioma”. Un male derubricato a “camurria”, cioè: uno stato del comportamento, un fastidio subdolo e continuato, un fastidioso elemento esterno che ti induce a riflessi di contrasto.

Un fastidio, quindi, che di conseguenza, puoi ignorare, combattere, eliminare… si ma come?

Condividendolo con ironia. Raccontandone le fasi, magari attraverso delle vignette che gli intimano di andarsene (#tinnannari).

Vignette spiritose, si, ma con un compito precipuo: quello di raccontare una “normalità”, tanto normale da dover appartenere a tutti. Il messaggio è semplice: dal cancro si guarisce ma l’isolamento sociale può condurre a patologie ben gravi.

E vediamo la contagiosità di questa intelligente voglia di comunicare, vediamo un fidanzato che “minaccia” di tagliarsi i capelli per essere “uguale”. Ritroviamo uomini e donne parlare dei loro “mostri” prendendo spunto da una vignetta, nella quale le parole sono chiare e non si nascondono dietro metafore o sinonimi, e l’unico “brutto male” resta l’egoismo di chi non sa vedere la persona oltre la malattia, di chi non sa immaginare la guarigione fisica e sociale di chi ha imparato a combattere con ironia

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