Storie poco normali

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L’anima del silenzio

 

Il silenzio

lo sento

lo tocco

mi tocca.

Cieco, assordante  rumore

sebbene noto e possente,

sovrano.

 

Miriam Columbro

 

 

Storie poco normali del “piano della chiesa”

U chianu a’ chiesa; luogo di aggregazione per eccellenza nei nostri villaggi, luogo in cui il tempo fa fatica a scorrere, è lento, distratto come un eterno innamorato.

Qui le famiglie scandiscono i momenti salienti della loro storia, condividendo con la comunità  le suggestioni  di intimità partecipata; qui una coppia di adolescenti, protetti dall’ombra del campanile offre le loro promesse allo schiamazzo dei bambini ansimanti attorno ad un pallone; un gioco che per esiguità di partecipanti  rende abili con parità di ruolo, maschi e femmine.

Qui cortei largamente condivisi si offrono quali testimoni per una nuova famiglia che, creatasi nel “villaggio”, si candida ad incrementare il numero di abitanti, mentre i bambini sul piano interrompono il rito del  calcio per canzonare i loro amici che vestiti per l’occasione, sono obbligati a prendere parte  al rito con innaturale compostezza.

Non si interrompe invece il gioco quando il corteo è di commiato.

Il ciclo della vita è vissuto con naturalezza, come tutto ciò che li circonda; il latte, il formaggio e la ricotta li prendi dall’allevatore di là dalla fiumara, il macellaio è lì da generazioni, così come la sua bottega, tanto da non aver mai avuto un numero civico; è lì e basta. Lo stesso vale per ogni attività presente, tutti fanno le stesse cose con gli stessi ritmi da sempre, per sempre.

Conosco bene il ruolo ed il valore “du chianu a’ chiesa”, provengo anch’io da un villaggio, anch’io ci giocavo a pallone, sopra i rimproveri degli anziani che, prossimi al sommo appuntamento, pretendevano che le loro interminabili sedute di preghiera fossero sublimate dal silenzio assoluto, dentro e fuori dall’edificio sacro.

Conosco bene la spazio antistante la chiesa di Giampilieri, lo attraversavo quando da adolescente mi recavo in paese per raggiungere una delle tante cantine dove si ballava e magari si beveva un bicchiere di vino “buono”, ci sostavo insieme agli amici nuovi conosciuti da poche ore, per fumare godendo del sottile venticello autunnale  e insieme affrontavamo i nostri insormontabili problemi, appoggiati ad un angolo di muro, sotto una lapide che racconta di un disastro, lontano, antico.

Ritorno a Giampilieri nel 2007, inviato dal giornale per un servizio su alcune frane che hanno invaso il paese, i vicoli, i pensieri. Risalendo la strada che conduce al paese ripercorro la mia gioventù in un cammino di profumi e di immutati paesaggi, non è così per molto, una curva e poi di fronte il fango; sfrontato volgare nel suo impadronirsi dei sogni, dei desideri, delle paure altrui.

Vedo saracinesche divelte perché traguardo di una impossibile gara fra tonnellate di fango e antichi ulivi, l’uno invade, colma, affoga; gli altri spingono, spaccano, esplodono fra mobili, elettrodomestici e ricordi. Tanto danno, tanta sofferenza, le case sono state attraversate da parte a parte da fango, così come qualche anno prima avevo visto fare al mare impazzito di Galati marina, dove abitavo.

Risalgo via Vallone, costeggia la Chiesa, il piano è invaso dal fango, anche se non in maniera eccessiva.
La gente è per strada, si fa la conta dei danni, ma ci si adopera per riportare tutto alla normalità, per non incrinare ulteriormente la già debole economia del villaggio e così risolti i casi più gravi, come un disabile rimasto “prigioniero” al secondo piano perché l’ascensore che lo assisteva era stato travolto, tutto il resto poteva essere sostenuto con calma, e tutti i paesani erano lì a fare il loro dovere. Mentre io non risparmiavo nessuno di loro dall’invadenza dei miei obiettivi e non riuscivo a sentire pietà per questa gente: la rabbia per le offese procurate ai luoghi che sentivo miei era più grande, anch’io mi sentivo violato nei ricordi, nei pensieri. Andando via guardavo con disprezzo i tanti squarci sui fianchi delle colline. Ancora un po’ di foto, quasi a voler fermare qui le offese, ad impedire che quelle strisce chiare sui fianchi bruni non si trasformassero in purulente ferite destinate al tracollo definitivo.

Il fango è tornato! Secondo un rituale antico e uguale, previsto dagli sciamani di stato, è venuto a prendersi le sue vittime sacrificali. Ancora una volta sono “inviato”, ancora una volta sono a Giampilieri. Dov’è Giampilieri, cos’è Giampilieri; non lo riconosco. Mi accolgono immagini da “telegiornale”, tutto è così uniformato ad un qualsiasi luogo di cronaca.

Mi dirigo verso la Chiesa, traguardo obbligatorio per ogni direzione prossima, questa volta è diverso, per arrivare sui luoghi del disastro cammino ad un livello che è pari al primo piano, e l’ obiettivo ha modo di esplorare senza alcuna riservatezza nei ricordi più reconditi delle camere da letto, abbandonate solo dal calore.

Il piano è attraversato da tanta gente in divisa; militari, vigili del fuoco, volontari, la piazza è privata della sua sostanza, delegittimata della sua funzione principale; non accoglie, tutti la percorrono in fretta senza guardarsi, senza parlarsi, i volti tesi, uguali un unico solo rigido atteggiamento, hanno tutti una grande inutile fretta. Tanti piedi sul piano della chiesa ma non lasciano impronte, il fango è più forte e si ricompone, piatto e grigio,  acquoso e appiccicaticcio, quieto e invadente. Attorno auto appena intraviste e cani disorientati, il portone della Chiesa è chiuso nessuno lì dentro riuscirebbe a spiegare; tanto vale non aprire.

Seguo la scia dei soccorritori, arrivo in via Puntale e testimonio la gravità degli eventi. Resterò in zona più giorni e molte volte attraverserò il piano, per tornare in quella stessa via, per accompagnare qualche cadavere al centro di raccolta, o più semplicemente per andare al centro di crisi per qualche foto ai superstiti o solo per farmi dare un panino dai volontari. Ogni volta è lo stesso: tante gambe, tanti piedi calpestano il piano, in silenzio, senza espressioni, senza un saluto, di fretta, inutilmente di fretta.

Dieci giorni dopo ritorno a Giampilieri per un nuovo incarico da parte di un settimanale. Sembra che il tempo si sia fermato, come testimonia l’orologio del campanile, o una vecchia sveglia ritrovata in via Puntale, vedo ancora tanto fango e la montagna ancora minacciosa, si lavora piano perché ci sono ancora corpi da recuperare e questo dà l’impressione che poco o nulla sia stato fatto, torno sul piano, per me è l’indicatore reale della situazione. Mi accoglie un incredibile fetore, è la spazzatura lasciata negli angoli e mai raccolta che si integra con quello proveniente dalle case: dieci giorni senza energia elettrica uniti al caldo anomalo di quei giorni hanno provocato l’imputridirsi di ogni genere alimentare. Fuori decine di gatti attoniti, disorientati affamati e diffidenti, anche il loro miagolio sommesso, assorbito dal fango si perde nell’indifferenza dei tanti piedi che attraversavano il piano.

Mi viene conferito l’incarico di realizzare un calendario sui luoghi dell’alluvione per poter destinare i ricavati a chi, scampato dal fango, non ha altro che la solidarietà. Lavorerò Insieme a dodici modelle che spontaneamente e volontariamente sono arrivate da tutta la Sicilia. Modelle e quindi naturalmente belle, ma la loro bellezza d’animo supera di gran lunga quella estetica, si crea subito un rapporto di grande stima, tanto da usare come location proprio i luoghi del disastro. Scatto concentrandomi sul fatto che sono un testimone deputato a consegnare al resto della società un racconto dei luoghi rivissuto attraverso le emozione delle ragazze.

Ragazze meravigliose, che hanno voluto vivere quei posti maledetti e senza alcuna frase o sguardo di “circostanza” hanno posato, donando alle case cementate dal fango indurito una speranza di rinascita. Qualche ragazza mi chiede di posare in un vicolo anziché un altro, ed è così che mi ritrovo una modella che si toglie le scarpe per “sentire addosso le lacrime del fango” con lei iniziamo la seduta di posa sul piano della Chiesa, non ci tornavo da mesi.

Con me c’era Gaetano, un provetto fotografo che in quei giorni ha sacrificato la sua creatività per aiutarmi a realizzare il servizio nei tempi ridotti che avevamo a disposizione, eravamo di fronte il portale settecentesco, sul piano, Gaetano si avvicina a me, mi guarda preoccupato mi cinge un braccio. Sto piangendo. Sul momento non comprende, gli chiedo di ascoltare; e insieme ascoltiamo il silenzio.

Ho 53 anni e per la prima volta ho ascoltato il silenzio assoluto, e questo avveniva  di Domenica pomeriggio sul “piano della Chiesa”, dove avrebbe dovuto esserci il vocio dei bambini che giocano a palla, gli uomini seduti davanti al bar e le donne affaccendate dentro e fuori la Chiesa; tutto ciò mancava e solo allora mi rendo conto che da lì era passata la morte e aveva lasciato a dimostrazione di sé il fango che avvolgeva il silenzio.

Decidiamo di fare un numero monografico de’ “il carrettino” dedicato ai bambini dell’alluvione, così accompagnato da Eleonora e Giuseppe ritorno a Giampilieri. Sono con noi anche Brian e Pippo, il primo un bimbo di due anni che è rimasto fra le macerie della casa della zia per ore, mentre il secondo è stato il suo salvatore. Facciamo un posato nel luogo in cui c’erano le case in via Puntale, tornando ci fermiamo al bar, prendiamo un caffè sul  “pianerottolo”, fra i maschi che giocano a carte e le donne affaccendate in Chiesa e per la Chiesa, sullo spiazzo gioca a calcio un gruppo di bambini, fra i quali Dennis, un ragazzino di 7 anni veloce nell’inseguire la palla, ma chissà se altrettanto rapido nell’allontanare, seppur per qualche istante il ricordo della sorellina e della mamma portate via dal fango. Di fronte, a vegliare su di lui Pippo, il padre, e insieme a lui tutti coloro che abitano il piano come simbolo di ritrovo. Ritrovarsi per rinascere, come dieci giorni prima la vita era rinata sul piano seguendo un corteo nuziale, e sulla piazza tornava la voglia di riconoscersi e grazie a quella coppia, che generosamente ha voluto cambiare il capitolo nella storia recente del paese, tornava a udirsi la parola AUGURI, contornata dalle risa dei ragazzini, e il tutto avveniva di nuovo sul “chianu a chiesa”.

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2 Commenti

  1. La tragedia di Giampilieri è stata un punto di “non ritorno”.
    Nel fango e nell’acqua di quella notte maledetta sono annegate alcune mie flebili certezze e speranze.
    Ho sentito addosso a me l’aspro silenzio e la cappa opprimente della morte, sotto forma di una valanga d’acqua che non era pioggia.
    Ho visto l’eroismo e la vigliaccheria e il pressappochismo. Ho visto la generosità di un barista che ha dato fondo a tutto quello che aveva a chiunque, senza nulla chiedere.
    Ho visto uomini, donne e bambini lasciati al freddo, senza nè mangiare nè acqua, sulle macchine ferme sul ponte di Briga e sulla SS 114, mentre arrivava tanta gente importante e che non si accorgevano di loro, tranne poi dirmi che “dovevo togliere” quelle macchine perchè “davano fastidio” ad “eventuali” soccorsi.
    Ho visto me stesso e il mio collega, tutti e due con oltre 50 anni addosso, totalmente zuppi d’acqua in una divisa sempe più vecchia, logora e sempre più stanca, stare in piedi per tredici ore filate, senza cibo, nè acqua, andare avanti e indietro per la statale a portare un po’ di conforto e a fare in modo che passassero i mezzi del Genio.
    Ho visto gente far passerella senza poi coordinare alcunchè.
    E poi sentre quelle parole meschine in TV da parte di certi individui che si arrogano il titolo di giornalisti, di geologi, sputare sentenze su quei poveri morti e sulle cause del disastro.
    E quando il nostro sindaco tentava di parlare, subito lo zittivano, perchè QUELLI erano evidentemente gli “ordini di scuderia”.
    E poi nelle settimane successive girare a piedi per i vicoli deserti, tra fetori di morte, nei villaggi di Giampilieri Superiore e di Altolia, che sembravano devastati da un bombardamento aereo.
    E poi il silenzio tombale della stampa nazionale, fino all’ultimo oltraggio perpretato dalla RAI che, trasmettendo in diretta i funerali delle vittime dal duomo di Messina, li sfumava per trasmettere un insulso quanto inutile programma di cucina…
    Forse non siamo italiani, come dicono.
    Siamo sicuramente siciliani, non scordiamolo mai, anzi ricordiamolo SEMPRE ed in ogni occasione.

  2. La tragedia di Giampilieri è stata un punto di “non ritorno”.
    Nel fango e nell’acqua di quella notte maledetta sono annegate alcune mie flebili certezze e speranze.
    Ho sentito addosso a me l’aspro silenzio e la cappa opprimente della morte, sotto forma di una valanga d’acqua che non era pioggia.
    Ho visto l’eroismo e la vigliaccheria e il pressappochismo. Ho visto la generosità di un barista che ha dato fondo a tutto quello che aveva a chiunque, senza nulla chiedere.
    Ho visto uomini, donne e bambini lasciati al freddo, senza nè mangiare nè acqua, sulle macchine ferme sul ponte di Briga e sulla SS 114, mentre arrivava tanta gente importante e che non si accorgevano di loro, tranne poi dirmi che “dovevo togliere” quelle macchine perchè “davano fastidio” ad “eventuali” soccorsi.
    Ho visto me stesso e il mio collega, tutti e due con oltre 50 anni addosso, totalmente zuppi d’acqua in una divisa sempe più vecchia, logora e sempre più stanca, stare in piedi per tredici ore filate, senza cibo, nè acqua, andare avanti e indietro per la statale a portare un po’ di conforto e a fare in modo che passassero i mezzi del Genio.
    Ho visto gente far passerella senza poi coordinare alcunchè.
    E poi sentre quelle parole meschine in TV da parte di certi individui che si arrogano il titolo di giornalisti, di geologi, sputare sentenze su quei poveri morti e sulle cause del disastro.
    E quando il nostro sindaco tentava di parlare, subito lo zittivano, perchè QUELLI erano evidentemente gli “ordini di scuderia”.
    E poi nelle settimane successive girare a piedi per i vicoli deserti, tra fetori di morte, nei villaggi di Giampilieri Superiore e di Altolia, che sembravano devastati da un bombardamento aereo.
    E poi il silenzio tombale della stampa nazionale, fino all’ultimo oltraggio perpretato dalla RAI che, trasmettendo in diretta i funerali delle vittime dal duomo di Messina, li sfumava per trasmettere un insulso quanto inutile programma di cucina…
    Forse non siamo italiani, come dicono.
    Siamo sicuramente siciliani, non scordiamolo mai, anzi ricordiamolo SEMPRE ed in ogni occasione.

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