Straniero in Patria

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di Francesco Polizzotti

 

Hanno generato clamore le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sul diritto di cittadinanza dei figli degli immigrati. Forse avere un partito xenofobo all’opposizione in Parlamento permetterà al Capo dello Stato di interpellare il sentire comune delle forze politiche maggioritarie su di una tematica importante che riguarda da vicino il nostro Paese, la sua crescita economica e il modello sociale dei prossimi anni.

Infatti, dato per assodato lo stallo economico italiano (nonostante il nuovo esecutivo prometta “salvezza”e “crescita”), molti indicatori economici rilevano come la popolazione straniera in Italia sia l’unica che non abbia subito la crisi, in quasi 5 milioni, gli stranieri producono l’11% del Pil.

Tutti gli istituti di ricerca sociale ritengono la presenza extracomunitaria nel nostro paese consolidata e radicata nelle sue diverse forme sul territorio. Grafici alla mano, l’immigrazione ineludibilmente rappresenta una ricchezza.

L’immigrazione rappresenta e rappresenterà negli anni futuri – per diversi motivi e non solo di carattere economico  – una grande ricchezza per il nostro paese e in tal senso deve essere giustamente valorizzata. Su questa scia numerose personalità del mondo accademico, della cultura ma anche politici dell’ultima ora come il neo ministro alla Cooperazione ed Integrazione Prof. Andrea Riccardi, hanno sollecitato un nuovo percorso di concertazione e di apertura alle istanze degli stranieri, invertendo la tendenza del precedente governo in tema di integrazione e cittadanza.

Riconoscere una “presenza” che di per sé è viva, laboriosa e in taluni casi anche essenziale per la vita di molti italiani, merita la massima attenzione. Attenzione che in molti casi è stata disattesa – esasperata dai pregiudizi e dalla chiusure dettate da certa propaganda – generando tafferugli e scontri sociali come avvenuto qualche anno fa nella civilissima Francia, nelle banlieue, nelle periferie adiacenti le metropoli transalpine in cui venivano emarginati i poveri e gli stranieri.

Ma se i tentativi di regolamentazione della presenza degli stranieri hanno ottenuto ben poco e non sono mancati in questo senso cambi di governo a favore di posizioni più rigide e di chiusura, un segnale  importante è venuto in questi anni in primo luogo proprio dagli immigrati che cercano di organizzarsi  allo scopo di rendersi “positivamente” visibili, facendo emergere la propria voce, i propri interessi e la propria richiesta di partecipazione.  L’associazionismo “straniero”, rappresenta, dunque, nelle sue diverse forme, l’emblema di una chiara volontà di integrazione attiva.

Gli stranieri. Molti di loro sono bambini e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese, che tuttavia possono accedere alla cittadinanza con modalità quanto mai ristrette e dopo un lungo percorso burocratico. Le conseguenze di tale situazione sono disuguaglianze ed ingiustizie che, impedendo una piena integrazione, disattendono il dettato costituzionale che all’articolo 3 stabilisce il fondamentale principio di uguaglianza, ed impegna al contempo lo Stato  a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il suo raggiungimento.

La distribuzione demografica della popolazione straniera evidenzia una concentrazione nelle  fasce di età più giovani: ha meno di 18 anni il 22% dei cittadini stranieri residenti (contro il  16,9% dell’intera popolazione ); ha una età compresa tra 18 e 39 anni il 47% dei cittadini  stranieri mentre gli ultraquarantenni stranieri    sono solo il 30,7%, e solo il 2,3% ha una età superiore ai 65 anni. I cittadini stranieri contribuiscono dunque in maniera determinante allo sviluppo dell’economia italiana e alla sostenibilità del sistema di welfare in misura maggiore di quanto comunemente si pensi.

Un paese, l’Italia, che ha permesso ad esempio alle crociate leghiste contro i bambini nati da genitori immigrati di avere la meglio su ogni forma di dialogo. In Parlamento, però, qualcosa si è mosso in questa legislatura. I ddl Granata-Sarubbi e Marino sulla cittadinanza hanno raccolto grandi apprezzamenti. Ma per ogni conquista in avanti, l’effetto gambero della politica di casa nostra, pone forti ostacoli, se non addirittura regressioni culturali ingiuste e sbagliate, nonostante anche le forze produttive guardano con fiducia al ruolo degli immigrati per il bene del paese.

La guerra civile intimata da  figure come Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Mario Borghezio, sembra aver fatto il proprio tempo. A dirlo, un blocco sociale che in questi mesi prova a farsi sentire oltre i partiti. “L’Italia sono anch’io” – Campagna di diritti e cittadinanza ha lo scopo di proporre al parlamento una proposta di legge che porta al centro il tema della cittadinanza, quale elemento di primaria importanza nello stato democratico. Questa campagna vede protagonisti la Caritas italiana, l’Arci, le Acli, la Cgil (sindacato di estrazione di sinistra), l’Ugl (sindacato di estrazione di destra), Libera,  l’Ufficio Nazionale Migrantes, la Rete Seconde Generazioni “G” e l’Asgi (Associazione studi giuridici dell’immigrazione).

La proposta di modifica dell’attuale normativa si ispira ad analoghe proposte presentate in precedenza in sede parlamentare (in particolare alla c.d. “Proposta di legge Bressa”) , frutto di un lungo e partecipato percorso anche da parte della rete associativa impegnata nella tematica delle migrazioni, e si basa sui  seguenti principi essenziali:

–  Facilitare ed incrementare l’acquisizione della cittadinanza, quale strumento essenziale di una effettiva integrazione nella società, presupposto per la fruizione piena di tutti i diritti;

–  l’acquisizione della cittadinanza non può costituire una sorta di privilegio da elargire discrezionalmente e a seguito di un tortuoso percorso burocratico, ma deve essere il naturale coronamento della legittima aspirazione del richiedente, a seguito di un soggiorno legale sul territorio di durata ragionevole;

–  l’inclusione piena di persone nella fruizione di diritti e nell’adempimento di doveri comporta anche per lo Stato innegabili vantaggi;

–  il principio dello ‘ius soli’ deve rivestire un ruolo di primario rilievo, da aggiungersi ai principi già previsti nella normativa vigente;

–  il percorso giuridico verso la cittadinanza deve essere concepito come diritto soggettivo all’acquisizione e non come interesse legittimo: in tal modo si determinano conseguenze anche in tema di tutela giurisdizionale, con la competenza dell’Autorità giudiziaria ordinaria.

–  La previsione di ampie possibilità di acquisizione  della cittadinanza per i minori presenti sul territorio si pone come elemento determinante delle modifiche proposte, che intendono disporre altresì una generale semplificazione dei requisiti e delle procedure per il suoi ottenimento.

Normativa attuale sul riconoscimento della cittadinanza in Italia. Il testo fondamentale che regola le modalità di acquisizione della cittadinanza è la legge 5 febbraio 1992 n. 91; il quadro normativo è completato dal Decreto del Presidente della Repubblica 12 ottobre 1993, n.572 e dal Decreto del Presidente della Repubblica 18 aprile 1994, n.362, che regolamentano le norme attuative dei principi generali normativi.

La L.92/91, che si basa sul principio dello ‘ius sanguinis”, prevede in estrema sintesi tre modalità per l’accesso alla cittadinanza per coloro che sono di origine straniera: per nascita, per naturalizzazione e per matrimonio. In relazione alla prima ipotesi è cittadino per nascita chi è nato da cittadini italiani; se i genitori stranieri sono diventati cittadini italiani, anche il figlio minore convivente diventa cittadino italiano. In base allo stesso principio dello ‘ius sanguinis’, se il minore è nato in Italia ma i genitori non sono cittadini italiani, il figlio non acquista la cittadinanza italiana,  e può diventare cittadino italiano solamente dopo il compimento del 18° anno di età e con la  dimostrazione di avere risieduto regolarmente ed ininterrottamente sino al compimento della maggior età. Se sposa un/a cittadino/a italiano/a, lo straniero acquista la cittadinanza, così come previsto dalle modifiche apportate dalla L.94/09, dopo una residenza di due anni.Per quanto concerne la naturalizzazione, la cittadinanza può essere concessa  dopo 10 anni di residenza ininterrotta sul territorio nazionale.

Le conseguenze di una simile normativa sono che il livello di acquisizione della cittadinanza

italiana è molto inferiore alla media europea.

Ruolo del Presidente della Repubblica. “Il fatto che non venga riconosciuta la cittadinanza ai bambini nati in Italia e figli di immigrati è una “autentica follia, un’assurdità”. Sono le parole usate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per tornare sulla necessità di una riforma della legge sulla cittadinanza. Il capo dello Stato ha affrontato l’argomento, nel suo breve saluto alla delegazione delle Chiese evangeliche ricevute al Quirinale lo scorso 22 novembre. Ma Napolitano aveva affrontato lo stesso tema parlando ai ‘Nuovi cittadini italiani”, immigrati di seconda generazione ricevuti al Colle nei giorni precedenti. Di bambini figli di immigrati, ma nati in Italia, ce ne sono “centinaia di migliaia che frequentano le nostre scuole”, ha detto il capo dello Stato, sottolineando che riconoscere loro la cittadinanza è “non solo diritto elementare, ma dovrebbe anche corrispondere ad una visione della nostra nazione di acquisire nuove energie per una società invecchiata, se non sclerotizzata”. Anche Benedetto XVI non è mancato nel sollecitare le istituzione al gesto di civiltà auspicato dal Capo dello Stato, affermando come l’emigrare sia un diritto.

Tutti “fanno parte di una sola famiglia” umana, compresi i migranti, – afferma Papa Razinger –  e tutti “hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra”: se occorre dire no a “ogni egoismo nazionalista”, però, “gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere”, sempre garantendo “il rispetto dovuto alla dignità” di ciascuna persona. Per il messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra il 16 gennaio, Benedetto XVI ha scelto un tema che da solo rileva le necessità dell’accoglienza, “solidarietà e condivisione”: “Una sola famiglia umana”, conclude il Papa durante un incontro del 2010.

Ma per ogni miglioramento sperato a tutela di questi nostri fratelli stranieri in una patria che amano e paradossalmente sostengono economicamente, socialmente e perché no anche calcisticamente allo stadio, forse è bene che l’Italia faccia tesoro di quanto seminato in passato.

La legge Turco-Napolitano, testo approvato dal primo governo Prodi nel 1996 e che ha avuto come protagonista lo stesso Presidente della Repubblica, allora ministro agli interni, con la possibilità di riprendere le politiche di integrazione che hanno avuto sviluppo proprio in quella precedente riforma.

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