THE BRASS GROUP: il jazz non chiude gli spartiti

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Brass Group di Palermo,  una delle maggiori realtà musicali nazionali. Nato nel 1974 come gruppo di ottoni – da cui “The Brass Group” – è l’unico ente italiano di produzione di musica jazz e tra i più rari al mondo.
Al pari delle orchestre del Lincoln Center di New York e della BBC di Londra, l’Orchestra Jazz Siciliana del Brass Group ha goduto della direzione dei più importanti direttori al mondo. Tra questi, Carla Bley, Francy Boland, Bob Brookmeyer, Billy Childs, Eumir Deodato,  Peter Erskine, Gil Evans, Frank Foster, Paul Jeffrey, John Lewis, Mel Lewis, Vince Mendoza e molti altri.

Una fondazione che, con i suoi circa 3000 concerti, ha regalato alla memoria musicale del nostro tempo le esibizioni di alcuni dei maggiori protagonisti della musica afroamericana: Dizzy Gillespie, Miles Davis, Art Blakey, Max Roach, Sun Ra, Ornette Coleman, Bill Evans, Michel Petrucciani, Dexter Gordon, Joe Henderson, Frank Sinatra, Pat Metheny, Sarah Vaughan.

Il tutto da Palermo, divenuta in quarant’anni una delle capitali del Jazz europeo. Una realtà tanto straordinaria quanto poco conosciuta ai ‘non addetti ai lavori’. Un vanto, non solo per Palermo e la Sicilia, ma per l’Italia e l’Europa. Una fondazione che è riuscita a unire la passione per la musica e l’arte con l’attivismo rivolto alla riqualifica di aree degradate. Un esempio di come la musica possa essere messaggera di legalità, condivisione e vivere civile.

Una realtà tanto straordinaria da rendere impossibile pensare alla possibilità di una sua chiusura. Rischio contro cui il Brass Group lotta quotidianamente.

Abbiamo intervistato Ignazio  Garsia, fondatore del Brass Group nel 1974, per cercare di capire come nasce, si sviluppa e cresce questa fondazione, e i motivi che portano a parlare del rischio di chiusura.

 

 

Cominciamo col parlare della diffusione del jazz. Molti esperti, Renzo Arbore in testa, collocano in Sicilia la più antica rappresentanza della musica jazz a livello mondiale.

In effetti credo che non sia casuale che questa musica nasca grazie al contributo dei siciliani. Forse perché è la regione più vicina all’Africa, ed in effetti c’è una lista infinita di grandi nomi del jazz di origine siciliana. Basti pensare alle aule della scuola del Brass Group, tutte dedicate ai musicisti siciliani. Si possono trovare l’aula George Wallington, ovvero Giacinto Figlia nato a Palermo, pianista di Charlie Parker. O ancora l’aula Joe Lovano, Frank Rosolino, Tony Scott (Anthony Joseph Sciacca), Luca Flores (palermitano), Joe Farrell (Giovanni Ferrantiello, di Termini Imerese, PA). Ovviamente un elenco che ci inorgoglisce.

Come nasce il Brass Group?

Il Brass nasce da uno stato di necessità, perché non avevamo dove andare a suonare. Nessuno degli intellettuali musicisti che fondarono il Brass aveva bisogno di guadagnare con la musica. Lavoravamo tutti. Era semplicemente necessario un luogo in cui poter suonare liberamente.

Nel 2013 si è assistito alla cancellazione del capitolo che, per legge, finanziava il Brass Group, creando così le premesse per un suo scioglimento. Cosa sta succedendo?

Con amarezza affermo che non c’è stata molta attenzione da parte del governo nei confronti di questa fondazione. La volontà di cancellare il Brass Group si ripropose nel 2014, quando in aula, a fondazione azzerata, fu presentato un emendamento per il rifinanziamento. L’aula votò per salvare il Brass, e ad oggi siamo di nuovo in corsa perché abbiamo avuto di nuovo il finanziamento, ovviamente decurtato del 70%. Non credo di essere accusato di manie di persecuzione se affermo che ci sia stata la volontà di cancellare dalla geografia delle attività culturali e musicali il figlio unico di questa regione. Infatti, la regione Sicilia possiede più enti di produzione musicale, e questo è per noi un vanto. Abbiamo il Teatro Massimo di Palermo, il Bellini di Catania e anche il Vittorio Emanuele di Messina con la sua orchestra stagionale, a cui vanno aggiunti lo stabile di Palermo e di Catania. In questo contesto, non mantenere in vita neanche un rappresentante di musica jazz afroamericana, è qualcosa che rasenta l’assurdo. Cancellare il jazz significa cancellare un intero secolo di storia musicale. Quando mi trovai davanti all’imminente fine di questa realtà mi rivolsi a Renzo Arbore chiedendogli di spendere qualche parola. Lui andò a New York, all’Istituto Italiano di Cultura, da cui lanciò un appello bellissimo, dicendo che fosse impensabile il lasciar morire una delle realtà più prestigiose per la musica jazz.

Quando parliamo del Brass Group di Palermo, parliamo di quell’ente che negli anni ’80 ha formato un’intera generazione non solo in termini di cultura musicale, ma anche nei termini di una convivenza tra i giovani e la realtà culturale, portando in concerto in Sicilia nomi straordinari come Miles Davis.

Tutto ciò mi commuove perché ciò che spesso si dimentica è che negli anni ’70 la fondazione ha irradiato in tutta la Sicilia questa musica. Erano attivi i Brass di Messina, di Acireale, di Catania, di Ragusa, Siracusa, Agrigento, Trapani, Castelvetrano e Alcamo. Per cui, non mantenerne in vita neanche una di queste istituzioni di produzione è inconcepibile. E sottolineo ‘di produzione’. Perché ciò che caratterizza una comunità è la capacità che essa ha di produrre cultura, non di comprarla da terzi. Ecco perché erano importanti l’orchestra permanente, la scuola. Era importante fare musica con i nostri figli, i nostri ragazzi, con i SICILIANI. Ecco perché non è importante né è motivo di vanto invitare qualcuno che suoni in Sicilia. Questo lo può fare chiunque abbia i soldi per farlo. A Berlino non credo si vantino se il sindaco invita Lady Gaga per un concerto. Piuttosto si vantano di possedere le orchestre dal sound conosciuto e invidiato in tutto il mondo, come possono essere i Wiener o i Berliner.

Il jazz ha sempre fatto scuola di aggregazione, di vivere civile, di rispetto reciproco. Il Brass Group può essere considerato come una realtà che ha messo in pratica e trasmesso questi valori.

Il Jazz è anche scuola di parità, non solo di diritti ma anche di genere. Non si intende soltanto dal punto di vista sessuale. Parità di genere significa anche di musica, di cultura. E’ assurdo che ancora la musica jazz sia considerata una musica di serie B, con fondazioni e governi che pensano solo all’ufficialità della cultura. Ad oggi però, per l’ufficialità della cultura si pensa solo alla musica sinfonica e alla musica lirica. Tutto il resto si può buttare via.

Avete fatto anche scuola di legalità, mostrando come la musica possa anche rivalutare e riqualificare zone abbandonate. Prima fra tutte la vostra sede, Lo Spasimo, una delle architetture più belle e rappresentative del ‘500 mediterraneo. Una chiesa che durante il regime Ciancimino era divenuta un deposito di spazzatura, per poi rinascere in quel quartiere, la Kalsa, covo di delinquenza e malaffare. Se da una parte l’amministrazione restituisce la struttura alla collettività, voi riportate la legalità attraverso il jazz.

In effetti è così e bisogna riconoscerne i meriti. Grazie a questa amministrazione e al nostro sindaco Orlando, lo Spasimo fu recuperato e restituito ai cittadini. Nel 1997 il Brass fu incaricato di creare una scuola di orchestra jazz, ed ebbe la sua sede proprio allo Spasimo. Il tutto nel quadro del progetto Urban, un progetto finalizzato a riqualificare le aree degradate del centro storico. E’ con orgoglio che dico che il Brass ha contribuito in modo sensibile a riqualificare un’area che oggi è una delle più belle della nostra città.

Si potrebbe dire lo stesso anche del Teatro S. Cecilia di Palermo.

Assolutamente. Il Brass è stato chiamato a custodire i teatri più antichi della Sicilia. In dicembre, come associazione, abbiamo restituito alla città il teatro di Santa Cecilia. E’ il teatro più antico della Sicilia, in cui nel 1692 nasce il melodramma, ed è stato restituito, nonostante sia ancora in ristrutturazione. Ci siamo esposti chiedendo i lavori a teatro aperto, per non rischiare che si ripetesse quanto accaduto per il teatro Massimo, per il quale non bastarono 20 anni di lavori perché venisse restituito ai palermitani. Aprendo il S. Cecilia ci siamo rimessi in gioco.

Oggi, di fatto, cos’è il Brass a Palermo?

Stento a rispondere. Il Brass oggi è un sogno che stenta a diventare realtà. E’ una fondazione che vuole vivere con tutte le sue forze. Si sta rimettendo in gioco in tutti i sensi. Il Brass oggi è una speranza. La speranza di qualcosa che comunque vuole vivere al di là dell’economia e dei problemi finanziari. Credo che non si possano privare la società, la collettività e i giovani delle musiche del tempo che viviamo: il jazz, così come le sue figlie, musiche di derivazione africana come il rap, l’hip hop. Non credo che si possa immaginare una società, una realtà, senza i suoi suoni, i suoi ritmi, senza la forma d’arte più bella. Non si può immaginare che l’ufficialità della cultura sia rappresentata dal ‘600 o dal ‘700 e privare i giovani della cultura del nostro tempo.

Per cui il Brass è questo: una speranza ancora in vita.

 

GS Trischitta

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