ToGo: l’artista che va

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La luce è fioca, che quasi sembra spingere a forza sulle nuvole per volerle oltrepassare, e soffia piacevolmente un pò di vento in questa mattina d’estate, in attesa di prendere una granita con il maestro Togo, a Briga.

Tra un caffè e una sigaretta, tra zanzare assetate e il brusìo della gente, questo scorcio di Messina, questo piccolo borgo, sembra quasi incontaminato. Tra uomini dalla pelle ambrata che giocano a carte indossando un panama o che fumano una pipa e passeggiano in bici, quel male di vivere, quella frenesia che ci portiamo addosso, da qui sembrano banditi per sempre. E che in questo posto qualcosa di diverso c’è, lo si sente nell’aria che si respira. Non per niente alcuni di quegli uomini con la pipa e la bici sono artisti.

Adesso capisco, io che di queste zone a sud di Messina non sono molto pratica, perchè è qui che Togo torna sempre. Per respirare, a pieni polmoni, quell’aria di cui parlavo. Per godere del mare incantevole che può vedere riflesso nei suoi occhi e stancarsi in infinite passeggiate sulla spiaggia. Per questo torna sempre qui, sotto quel sole di Sicilia che, anche tra la fitta nebbia di Milano, illumina e rende ancora più vividi i colori forti che egli stende sulle sue tele. Per questo, ma non solo. Perchè Briga e Giampilieri, non sono solo dei posti paesaggisticamente da togliere il fiato almeno per un secondo. Non solo. Non per Enzo Migniego, in arte Togo. Per lui questi luoghi, come i paesaggi di cui ci racconta l’impressione, l’emozione, piuttosto che la topografia, sono luoghi dell’anima.

Il terreno acquistato tanti anni fà a Briga Marina, dove ora vi è la casa in stile Robinson Crosue di Togo, senza volerlo e senza saperlo, era lo stesso dove abitava il nonno, prima di lui. “Un ritorno alle origini, alla famiglia”, dice Togo. Proprio quando la guerra, e il continuo peregrinare a cui Enzo Migneco era conseguentemente stato costretto, lasciavano credere che ogni radice fosse stata estirpata.

E il rapporto viscerale tra Togo e la sua terra si staglia, evidente, pelese, dinanzi agli occhi di chi osserva le sue tele. I colori caldi, terrosi delle spiaggie, delle case quando batte il sole cocente di mezzogiorno, e gli azzurri e i blu brillanti di certi cieli e certi mari che solo da questi posti, e soprattutto da certi occhi, sono visibili. Un radicamento tale da spingere Togo, nel suo ultimo dipinto La Vara, a prendersi una particolare licenza poetica. Dietro alla rapprensentazione di una delle credenze più sentite dal popolo messinese c’è una calabria insolita, spostata e trasportata, appositamente, sulla linea dell’orizzonte visibile da Briga Marina. Ed ancora una volta non la mera rappresentazione di una fede corale, ma l’impressione, che solo la pittura, la mano con cui si stende la tempera, la scelta dei colori possono trasmettere, al di là dei contorni più o meno definiti, al di là della maggiore o minore riconoscibilità o verosimiglianza dei soggetti ritratti.

E’ questa l’essenza dell’arte di Togo e la ragione per cui egli dichiara che “oggi fare pittura è una cosa molto difficile”. Perchè arduo è “riuscire a raccontare le proprie favole non solo in relazione all’immagine, che altrimenti resta meramente fotografica, ma in rapporto al colore”.

E riuscire – come spiega l’artista – a “considerare la pittura come un modo per esprimere i propri sentimenti”. Riuscire ad essere liberi. Liberi dall’ossessione di assurgere. Dal tormento di fare qualcosa di nuovo, quando quasi tutto è stato già fatto, come defecare in un barattolo o tagliare una tela. “Ciò che ci resta da fare di nuovo – dichiara Togo – è realizzare le cose che sentiamo più vicine a noi stessi”. Eccola la libertà, che Togo apprende dall’esperienze dei fouves e dell’espressionismo tedesco, in cui le opere sono “autonome” rispetto al racconto.

“Scremare, togliere i fronzoli, arrivare al nocciolo”. La forma, definita, netta, geometrica, si confonde fino a perdersi. Cade come la buccia di una mela. E resta la polpa, invitante e succosa. Resta il colore, a cui viene affidato il compito di raccontare i sentimenti che la sola forma mai riuscirebbe a esprimere. E Togo, con la sua pittura, ci racconta i suoi. Molti dei quali legati all’infanzia, ai giochi che faceva da bambino, come andare a pescare granchi (I pescatori di granchi). Ricordi e sentimenti rivisitati non in chiave di immagine, ma in chiave pittorica, “in modo tale che il quadro – ci spiega Togo – abbia una sua valenza indipendentemente da quanto racconta, in modo tale da non essere semplicemente didattico e didascalico”.

E, se in generale fare pittura è impresa ardua, ancor di più lo è farlo a Messina. E, di conseguenza, altrettanto difficile è trovare artisti come Togo, che abbiano il coraggio, ma certamente anche la fortuna in poppa, di poter vivere della loro pittura. Nonostante l’amore ormai profusamente dichiarato per la città dello Stretto, dove la stessa carriera di Togo ha avuto inizio, egli imputa a Messina un atteggiamento che in realtà possiede da sempre e che lascia costantemente, perennemente nell’ombra validissimi artisti locali. “Un sempre più marcato provincialismo”. Forse figlio di infiniti complessi di inferiorità o, con molta più probabilità, riconducibile ad una profonda mancanza di cultura. Un provincialismo ormai così inoculato nel sangue, nelle vene di questa città da poter essere visibile soltanto da chi, come Togo, da Messina e da questo status è ormai lontano. Da chi guarda a Messina con gli occhi che hanno già visto gran parte del restante mondo. Con gli occhi di chi vive a Milano, metropoli che oggi, anche se in modo minore rispetto a cinquant’anni fa, è ancora di grande stimolo per gli artisti e gli intellettuali di tutto il mondo che qui si incontrano, e qualche volta si scontrano, confrontando idee e opinioni. Un dialogo che, in perfetto stile hegeliano, porta sempre e comunque ad un arricchimento. “Ed è questo – conferma Togo – ciò che più manca alla città di Messina, oltre a quel provincialismo un pò piccino di cui si parlava prima che non fa puntare tutto sui giovani artisti locali di qualità. Manca il confronto, una sorta di collettività fra gli artisti messinesi”. Un dialogo mancato che fa diventare l’arte locale sempre più autoreferenziale, sempre più chiusa a riccio su se stessa, sempre più autistica.

E manca, proprio come l’aria in certe afose giornate d’agosto, il coraggio, come si diceva prima, di fare pittura, di seguire la propria strada. Come, invece, ha fatto Enzo Mignieco, in arte Togo.  E se domandiamo il motivo del nome d’arte, scopriamo che voleva prendere anche lui quella autonomia che fa conquistare ai suoi quadri, svincolandosi dal suo essere figlio d’arte, desideroso di non essere ricordato come il nipote di Giuseppe Mignieco.

Scopriamo una relazione fra quel nome e quel suddetto “seguire la propria strada”.

Al nostro “Perchè Togo?” non possiamo aspettarci una risposta chiara ed esaustiva. “E’ un nome che nasce per gioco – dice il pittore”, un pò come il Dada delle avanguardie storiche. Può significare tutto e niente. Togo inteso come “furbo”, in dialetto. Togo come lo stato africano vicino la Costa d’Avorio o come un certo ammiraglio di fine ‘800. O magari Togo come ” To Go”, verbo inglese con cui si traduce l’italiano “andare”.

Togo come “l’artista che va”, pennello e tela in spalla, e quel coraggio che in pochi,  soprattutto tra i giovani, riescono ad avere.

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