Tratta e magistratura: con lo Stato contro l’ignoranza

Parla il procuratore aggiunto Giovannella Scaminaci: “agiamo nell'interesse dello Stato!”

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L’ignoranza, si sa, è una brutta bestia. Quando però la mancanza di una corretta informazione riguarda argomenti tanto delicati quanto l’immigrazione e la tratta di esseri umani, occorre correre ai ripari. E’ necessario chiarire ruoli e posizioni, far luce su dinamiche e procedure.

Noi de ilcarrettinonews.it abbiamo pensato di coinvolgere il procuratore aggiunto di Messina Giovannella Scaminaci, per far luce sul ruolo del pm (pubblico ministero) all’interno dei processi di richiesta di protezione internazionale.

Si parla di magistrati dalla parte dei migranti. Si leggono blog in cui procuratori vengono descritti come creduloni facilmente abbindolabili da storie di maltrattamenti inventate, senza però riportare alcuna prova delle accuse avanzate. Da dove cominciare per fare chiarezza?

Innanzitutto – desidera chiarire il magistrato – è bene cominciare dalla modifica legislativa che, poco più di un anno fa, ha reso il tribunale di Messina competente per quanto riguarda gli appelli contro le decisioni della commissione per la protezione internazionale che ha sede a Palermo. In precedenza c’era una centralizzazione dei tribunali su Palermo, adesso la competenza a decidere sulle decisioni negative della commissione, quindi sugli appelli, va a tutti i tribunali distrettuali.

In parole povere, se un richiedente asilo presenta appello contro una decisione negativa della commissione internazionale, i tribunali distrettuali, tra cui quello di Messina, hanno la competenza per accogliere o rifiutare tale appello.

Cosa è dunque cambiato e come agisce in pratica un procuratore che riceve una domanda di appello?

Il risultato è che, da qualche mese ci troviamo ad affrontare situazioni e argomentazioni che prima erano esclusiva competenza dei tribunali dove aveva sede la Commissione. Cosa facciamo? Dobbiamo rassegnare le conclusioni, come pubblica accusa nell’interesse dello Stato, all’ appello formulato dal difensore del richiedente asilo che può controbattere la decisione negativa della commissione sulla base di vari argomenti.

Quando un richiedente asilo può presentare appello?

Esistono tre possibili livelli di protezione internazionale:

  1. Riconoscimento di status di rifugiato politico
  2. Riconoscimento della protezione sussidiaria internazionale
  3. Rilascio permesso di soggiorno per motivi umanitari

Quando la Commissione nega del tutto qualsiasi status tra i tre, allora il difensore del richiedente asilo può fare ricorso al tribunale civile, che deciderà anche sulla base delle conclusioni rimesse dal pubblico ministero. Il ruolo del pm è una presentazione di memorie conclusive relativamente a un’udienza civile, che esamina le decisioni della commissione territoriale.

Sul web circola la notizia di una ragazza nigeriana che si è dichiarata vittima di tratta. Di fronte al rifiuto della Commissione ha dunque presentato appello. Fin qui nulla di strano, se non per il fatto che alcuni blog hanno descritto la vicenda come una farsa, accusando la ragazza di essere una bugiarda e i magistrati di essere palesemente ‘rossi’. Cosa è successo davvero?

E’ innanzitutto bene chiarire che, nei casi di tratta di esseri umani, è possibile ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma da un po’ di tempo la corte di cassazione riconosce a chi è vittima di tratta una protezione ulteriore che è la sussidiaria.  I pubblici ministeri quindi, i procuratori aggiunti a Messina, in base alle varie situazioni, valutano le condizioni della persona e decidono se è nell’interesse dello Stato il riconoscimento di un’ulteriore protezione quale quella sussidiaria.

La ragazza Nigeriana, visto quello che era stato il suo vissuto, meritava di essere ricondotta in questo gruppo di soggetti deboli cui va riconosciuta la protezione sussidiaria. Nel caso di specie la Commissione aveva valutato il racconto della ragazza non perfettamente dettagliato, motivo poi dell’appello e delle conclusioni del pubblico ministero in particolare. Bisogna ricordare che quelle dei pm sono sempre memorie conclusive, il tribunale è libero di decidere come ritiene più opportuno. I criteri di massima però sono quelli per cui l’attendibilità del narrato va vista anche in relazione al dettaglio, alle pregresse indagini. Ed è quello che facciamo noi procuratori. Il meccanismo della tratta purtroppo è sempre lo stesso,  ma il narrato va valutato bene. E’ un vero e proprio lavoro di studio che si fa caso per caso, donna per donna.

Il pm compie dunque un vero e proprio lavoro di indagine caso per caso.

Assolutamente! Non bisogna pensare all’immigrazione come a un fenomeno omogeneo. Ogni ondata è diversa dall’altra. Così come ogni persona vittima di tratta, o rifugiato economico. Ogni storia deve essere valutata nella sua specificità per poter esprimere poi considerazioni valide.

Le conclusioni del pm si basano anche, per esempio, sulla conoscenza delle situazioni politiche locali dei paesi di provenienza. Ci sono situazioni e situazioni. Paesi civilizzati da cui non si può credere provengano persone che si dichiarano rifugiati economici, a meno che non si compia un’indagine molto approfondita. Ma anche paesi in cui la guerra civile impazza e le persecuzioni contro i gruppi ristretti come le donne sono all’ordine del giorno. Per questo non si possono dare giudizi a caldo, senza conoscere le diverse situazioni. Non si può dire “chiudiamo i porti”, perché ogni migrazione è diversa dall’altra. La chiusura dei porti non spiega la situazione reale e complessa. Bisogna esaminare caso per caso, e stabilire poi delle regole a livello internazionale.

Su che tipo di strumenti di indagine potete contare?

Ogni territorio ha una condizione politica che cambia velocemente, ed è importante essere sempre aggiornati in modo da saper valutare correttamente ogni richiesta di appello. Noi magistrati ci siamo attrezzati per essere continuamente informati. Su tutto il territorio nazionale, i magistrati che si occupano di protezione internazionale, sia in procura che come giudicanti, hanno creato una mailing list di scambio di informazioni sulle condizioni storico politiche dei paesi per essere informati in tempo reale.

Affrontare con la giusta cautela le diverse problematiche è dunque regola basilare per impedire che il fenomeno, già drammatico, si risolva in un calderone in cui mescolare tutto indistintamente e su cui facilmente ci si possa scagliare con osservazioni e commenti razzisti provenienti solo da una grande ignoranza.

Stessa cautela è necessaria anche parlando di fenomeni nel particolare. “Quando si parla di tratta – continua il magistrato – si pensa solo all’Africa, ma non è un fenomeno regionale. Le donne vittime di tratta non provengono solo dal continente africano, basti pensare ai tanti casi che coinvolgono donne dell’est, e non solo. Non c’è paese, non c’è colore di pelle. C’è la tratta. Contro cui combattere”.

Sta qui il passo da compiere. Andare oltre ciò che i media presentano come unica verità, e cercare di ampliare la propria riflessione. Interrogarsi sul perché delle cose, sul come. Non limitarsi  ad associazioni di pensiero tanto semplici quanto sciocche: Africa/immigrazione/tratta, africana/prostituta. Perché da lì all’ignoranza che genera intolleranza e razzismo il passo è incredibilmente breve. E già in molti, anzi, in troppi, lo hanno già compiuto.

GS Trischitta

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