Un albero per ogni donna vittima femminicidio

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Quando parliamo  di casi di femminicidio, non possiamo non evidenziare due fattori di rischio che si ripetono con frequenza .  Il primo fattore è la famiglia, in tal senso, il luogo meno sicuro per una donna. Il secondo è la fine di una relazione di coppia, in cui l’uomo passa velocemente dall’amore per “quella” vita, al desiderio spesso eseguito, di vederla morta.

La famiglia diventa un pericolo fattore di rischio quando ha un’organizzazione interna di tipo tribale, i cui appartenenti sono costretti a vivere secondo un codice di condotta fondato sull’onore . In queste micro realtà alienate, il senso dell’onore dipende prevalentemente dal comportamento delle proprie donne, considerate delle proprietà e non dei soggetti autonomi.  Essendo l’onore elemento di approvazione sociale , il venir meno comporta il doverlo riacquisire. Spessissimo la trasgressione viene punita con la vita.

Le relazioni di coppia diventano pericolose sia quando finiscono, che mentre sono in atto. Nel primo caso è quel maledetto senso di possesso ad agire, quel senso di proprietà del corpo della donna, talmente forte nell’uomo che lo porta ad arrogarsi il diritto di decidere della vita e della morte. 

Nel secondo caso, è la violenza quotidianamente a parlare col suo becero linguaggio. Che si tratti di abbandono, di allontanamento, di separazione dall’uomo violento o da una cultura asfissiante e uniformante, il risultato non cambia. Si tratta sempre di una donna che viene punita perché ha commesso un atto di insubordinazione al potere maschile, atto che viene  riscattato con la violenza, con  i maltrattamenti e il femminicidio,  

In Italia, i casi di femminicidio sono all’ordine del giorno, a mio parere perché le donne sono riuscite ad infrangere tale dominio, un tempo prescritto come ovvio, ma che oggi  non si impone più con la stessa evidenza logica. Contemporaneamente, nel mondo ci sono interi Paesi che esercitano indisturbati un vero e proprio dominio maschile, fatto di violenza, maltrattamenti di uccisione delle donne  …

Per fermare questo sterminio di genere serve un cambiamento culturale.

Quello che desideriamo è che le donne vengano protette e aiutate e non ricordate una volta uccise. Prima di essere uccise, 7 donne su 10 aveva denunciato.  Le  Nazioni Unite, nel novembre 2012,  ha fortemente redarguito l’Italia per lo scarso e inefficace impegno nel contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne.

Cambiare le mentalità non è cosa poco, servono molti strumenti , serve sviluppo sociale e culturale, e il desiderio di voler abbattere tutti i pregiudizi di genere.  Alla Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, tenuta il 25 novembre 2012, il Gruppo No More  ha avanzato due importanti considerazioni. La prima è che Il problema della violenza maschile sulla donna non è una questione privata ma politica e un fenomeno di pericolosità sociale che per donne e uomini, bambine e bambini. La seconda riguarda un’osservazione del fenomeno, non un fenomeno occasionale , ma l’espressione del potere disuguale tra uomini e donne, di cui il femminicidio è l’estrema conseguenza. 

Per fermare questa escalation, va utilizzato ogni strumento a nostra disposizione, che aiuti a sensibilizzare a prevenire e contrastare la violenza sulle donne e la violazione dei diritti umani.

Molto interessante è il lavoro avviato dalle donne della  topomastica al femminile che ha il merito di aver individuato un pregiudizio di genere attivo tutt’oggi  nei criteri di intitolazione delle strade e delle piazze delle nostre città, sottolineato la netta prevalenza dei nomi maschile, con il conseguente pericolo di disperdere la memoria storica legata ai territori nei quali molte donne hanno agito, oltre al rischio di omette di rendere omaggio alle stesse che  con il loro impegno hanno fatto grande la tradizione storica, culturale e artistica al pari di tanti altri uomini.

La topomastica appunto, cerca di colmare questo gap.  Non intendo prendere spunto  dalla topomastica femminile, per suggerire l’applicazione ai fini della difesa della memoria di donne trucidate per mano di uomini. E questo per un motivo preciso.

Credo che le vittime di femicidio  non si sentono votate all’estremo sacrifico, diventano vittime sacrificali non per loro scelta, ma per volontà di un “altro”. Credo che le donne vittime, non volessero essere affatto ricordate su una targa per quello che hanno subito … l’intitolazione di una via ad una vittima  inoltre, potrebbe farsi gesto polisemico, nonostante il principio animatore fosse altamente positivo. Per ricordare una donna vittima, bisogna utilizzare dei messaggi che abbiano un’efficacia simbolica che non può essere ridotto nell’intitolazione di una via.

Ogni città, paese o borgo in cui è avvenuto un caso di “femminicidio”, si dovrebbe dotare di uno spazio simbolico dedicato alla memoria,  in cui si ricorda la donna vittima della crudeltà umana, se si vuole … della follia, molto più spesso della vendetta.

Un’iniziativa da sostenere è quella suggerita dalla stessa  coordinatrice nazionale di Toponomastica femminile,  Maria Pia Ercolini. Il suggerimento è quello di piantare un albero per ogni vittima di violenza, ponendogli accanto una panchina che ricordi il nome della donna: un’idea di vita e di riflessione insieme. La consuetudine di poltrone e panche alla memoria è presente, seppure con modalità diverse, in molti giardini europei e americani. Applicare questa usanza alle vittime di femminicidio da un lato evita l’oblio, dall’altro sottolinea la volontà di restituire la vita, seppure vegetale, a una di noi.

 

Nicoletta Rosi

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