Un momento d’Africa

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L’aria é strana, pulita, frizzante, quasi aggressiva per la sua potenza. Le narici sono grandi, schiacciati, l’aria che arriva nei polmoni di quei uomini e donne neri é caldissima, ecco perché un naso corto ed aperto. Uno lungo avrebbe riscaldato ulteriormente l’aria bollente. La loro pelle é nera, di sole, di luce, di verde e di notte. Da qualche parte nella notte, gli insetti cominciano la loro baraonda nel delicato mattino, prendendo il posto dei rumori notturni, guardiani della nostra paura del buio. Il mondo si sveglia, insieme ad un popolo semplice, un popolo polveroso, cresciuto nell’essenziale, ed ignaro del superfluo. Essi arborano l’umiltà nella vita, i loro vestiti sono basilari, coperti anch’essi di polvere, le loro voci sono profonde, eco ricorrente della bestia in loro, ed i loro modi, a volte crudeli sono semplici. Anche la crudeltà a volte quando diventa semplice costringe all’ammirazione. La mattina si alza, ed insieme alla mattina, l’Uomo. Nella sua semplicità, tra odori e sentori, tra bollori e raffreddori, i corpo neri si stiracchiano, le menti si aprono al giorno nuovo, é tempo di vegliare. Il gallo intona il suo canto, ma é in ritardo, l’Uomo nero si é alzato prima. I campi non sono lontani, ma non aspettano, le donne, rischiarate dal rossore del cielo, intonano un ritmo che mi ricorda il blues e lacerano la parte buona di me, di per l’innocenza stessa del loro inno. La semplicità delle parole svolazza nell’aria e si ricongiunge naturalmente con il cerchio detto vita, cantano di vita, di normalità, di giorni, di loro. I bambini escono dalle case circolare sfregiandosi gli occhi, ed i più piccoli cercano disperatamente la madre per attaccarsi alle loro vesti. I più piccoli, già sono attaccati al seno, o sulla schiena, in modo ingegnoso con un pezzo di tessuto colorato. La mattina rappresenta per gli africani l’inizio, e la notte la fine. La vita é un continuo rinnovo e ritrovo. Il giorno, naturalmente, succede alla notte, che ovviamente, succede al giorno. Niente conta senza gli altri e gli altri senza di noi non sono nulla. Un cammino comune che impone delle regole che la semplicità degli africani non ha elaborato e quindi é rimasto a livello primitivo, primordiale. L’Uomo nero cammina su un sentiero ancestrale, mal delineato e pieni di buchi e rovi. L’Uomo nero é una bestia, un animale, un incrocio tra l’impostazione della globalizzazione ed i valori del mondo di oggi. L’integrazione non può essere concepita in Africa perché l’Uomo nero fa parte della natura, in tutta la sua brutalità, e la sua dolcezza. Esso é in contatto con la natura che non ha mai disdegnato, le sue case sono fatte di argilla, i suoi passi a piedi, il suo cibo frutto delle sue braccia, le sue divinità quelle che tutti i giorni gli stanno accanto. La sua storia esiste, é quella di vita. L’Uomo nero più che mai fa parte della natura che rispetta doverosamente come una compagna fidata. E quella mattina, il sole, timido all’inizio, come sempre, rischiarò gli albori della vita. Le donne sono donne, ecco perché son graziose, svolazzano sui problemi, risolvono prima di pensare, e l’acqua, la mattina, é la prerogativa della vita, il primo problema. Poco importa quanti chilometri, tanto, si fa sempre in compagna, poco importa quanto tempo, il tempo si conta in sorrisi. La donna nera, rende omaggio alla grazia, trasforma il banale in straordinario, cammina su un sentiero ondeggiante di sensualità. Il suo patto con la natura le ha insegnato a marciare sulla sabbia senza spostare i granelli, a fendere l’aria senza bruscarlo, a tirare l’acqua senza agitarla, a vivere senza ferire chiunque. Gli uomini escono, la potenza della natura si sente nei loro muscoli esposti al mattino, si stiracchiano, e cercano l’acqua, quella rimasta di ieri. Un po’ per lavarsi, ed un po’ per bere. Si dirigono verso le grandi otri seminterrati con un passo incerto, i loro muscoli ballano sotto la loro pelle, il loro desiderio é purificarsi. La mattina, nessun Uomo nero apre la bocca prima di pulirsela. Oltre alle credenze locali, la puzza della bocca chiusa tutta la notte é obiettiva, é forte, é nauseante, e non giusto per chi la respira. Gli uomini cominciano a lavarsi. Prima le mani, poi la bocca dove infilano delle dita che agitano vigorosamente, poi la faccia, poi le ascelle, poi le braccia, ed infine i piedi. Le donne, pronte ad andare via, hanno un ultimo compito, nutrire la famiglia. Sia. Il compito della concezione fu dato a Dio al più saggio tra l’uomo e la donna si dice. Fu data alla donna, e pertanto, nutrire dal seno, da se stessa, é il suo destino. E per tutta la vita, e per tutto il creato, e per il resto della terra, così sarà. Le donne si avvicinano alle pentole di terra cotta, dove bolle il miglio, versano larghe rasate di quel liquido grigio in una zucca secca tagliata a meta che porgono prima al marito, poi ai figli. Ed allora, eccole che partono, per l’acqua. La processione per padre Pio, non sarà mai così maestosa, elegante, e spontanea, della processione per l’acqua. Nel canto, spariscono lasciando gli uomini negli ultimi preparativi. Per loro, gli uomini, il pantalone di ieri é lo stesso di quello dell’altro ieri, ma anche dell’altro ieri, le mutande non esistono. La maglietta non é necessaria, dipende dal periodo, in tutti i casi, anche se non messa, viene infilata nei pantaloni, non si sà mai, i venti spesso cambiano. La zappa corta accompagna la vita dell’Uomo nero, non ha peso, é l’elemento chiave della sua sopravvivenza. I bambini rimangono da soli, quelli più grandi, già abbastanza maturi per guardare quelli più piccoli, solo il tempo che tornino le madri. Guardo la vita semplice e piena di questi uomini e penso alla terra ricca e civilizzata ove credevo di trovare il mio Eden, guardo i loro visi sorridenti e penso alle strade vuote di sorrisi li dove vivo, penso al dolore che nasce dalle aspettative mie e di chi possiede già troppo e sorrido, e capisco perché loro son felici. Il loro tempo é quello del lavoro che nutre, la loro vita é quella dell’Uomo, il loro destino é continuare nel dono della vita. Non avevano la vasca da bagno, ma la loro pelle emanava di terra e di piante, non c’era il dentista, ma i loro sorrisi, stranamente, erano più larghi, e più bianchi. I bambini giocano tra gli animali e la terra, la mattonella qui non esiste. Si arrampicano sugli alberi rincorrendosi e gridando. Sono belli, veloci, delle piccole frecce nere, e quanti sono. In un solo colpo, in un solo giorno, in un villaggio dell’Africa nera, si possono vedere più bambini che in un anno in una metropoli europea. Incredibile l’emozione diffusa che possono procurare, lo sguardo viene attratto dalla loro energia, nolente o volente. La loro é apparente ed interna felicità. Ho un brivido per la bellezza della semplicità, ambisco realmente a ciò, ma sono contaminato dalla civiltà, ed il cancro della società si mangia il mio cervello e la mia coscienza. Indebolito dalla società, la redenzione inizia con la realizzazione dell’assurdo, della banalità. Troppo diventa meno, mero, loro hanno meno, anche sdegno, e possiedono tanto. Il tempo si é fatto chiaro, limpido, fa caldo, un caldo intenso, gli animali cercano un po di riparo e stanno muti a ruminare. Le donne son tornate tra gran risate, ed ora, il ritmo sfrenato dei piloni nei mortai. Il grano si spezza sotto la cadenza, la farina si separa dalla sua amante guscio, e finisce in un polverone bianco che lentamente si depone e viene scartato dai resti. I bambini non si fermano, per loro, il sole é un alleata, sono scuri come la pece, con i ventri tesi. Saltano addosso alle madri provocando bestemmie e spariscono in un batter d’occhio spesso seguiti da un oggetto tirato loro appresso. L’emozione abita l’aria e l’intensità della semplicità é accecante. L’acqua bolle negli angoli, la farina é pronta. La farina salva la vita, per questo gli uomini sono sotto i campi arsi, a bruciarsi la schiena. Il sugo bolle, oggi saranno foglie di baobab. L’albero maestro, regala la vita con la sua forza, nutre chi sotto il suo ramaggio conta le storie di una civiltà dimenticata. La salsa é verde, ribolle nella pentola, sembra della consistenza della colla. La donna nera ci aggiunge delle polveri prese da una borsetta che custodisce nella sua casetta. Ingredienti segreti, speciali, trasmessi da ogni madre alla figlia. Gli uomini non torneranno, il pranzo gli verrà portato ai campi, il lavoro lo richiede, il tempo della vita é poco, la loro famiglia numerosa. Gli uomini mangeranno sotto la frescura di un albero accanto al campo che lavorano, berranno sempre seduti li sotto, e dormiranno un po aspettando che i raggi dello zenit diventino meno cocenti. Poi, quando i raggi calarono e la vista si perderà nell’oscurità, torneranno, con la zappa sulla stessa spalla. I bambini corrono ad accoglierli, e loro sorridono di tanto affetto e calore, ma devono essere burberi, ed a malincuore, fanno i padri africani. Il bacio é proprio all’Occidente, ma l’abbraccio é comune al genere umano. Le donne salutano gli uomini che vanno a prepararsi alla sera, alla famiglia. Si allontanano nel buio della savana con un recipiente per scrollassi di dosso la sabbia rossa e fine che penetra ovunque. Poi, riporteranno i loro panni che le donne laveranno perché siano pronti la mattina. Se piove, li fanno asciugare attorno al fuoco, altrimenti, l’aria basta. Comincia la sera, bisogna mangiare, la notte é lunga, prima gli uomini, poi i bambini, e finalmente le donne. Poi, il resto, va da sé. Buona sera a tutti.

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