Una casa per i rom

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Sono circa le 10 e mezza del mattino quando arriviamo all’ingresso in via San Raineri; un cancello aperto ci invita ad entrare, e l’accoglienza riservataci è tra le più calorose. La casa, ornata da colorati drappeggi, è abitata da un’allegra famiglia, e la scena che si apre davanti ai nostri occhi è quella tipica di una madre intenta a servire la colazione alla piccola figlioletta, una bimba vispa, viso luminoso ed occhi vivacissimi. Le feste sono ormai finite, ma il loro alberello di Natale non sembra essere d’accordo; le sue lucine sempre accese sembrano volerci dire che lo spirito del Natale non deve conoscere né tempi, né luoghi, né etnie. Cosa c’è di più tipico di una famiglia riunita nell’ultimo dei giorni di festa, con un madre intenta a prendersi cura della casa e della prole? Alzi la mano chi non ha visto in questa descrizione il tradizionale nucleo familiare italiano.

 No, non ho sbagliato immagine: quella di cui vi ho parlato sino ad ora è una delle nove famiglie di etnia Rom residenti presso il campo di via San Raineri, zona che presto verrà sgomberata come decretato da una delibera del comune di Messina. Lungi dall’essere gli alieni che spesso ci vengono descritti da media, gli abitanti di questo “villaggio” sono tutto ciò che noi siamo; padri che lavorano per mantenere casa e famiglia, madri che, come angeli del focolare, sono tutte occupate a dare retta ai figli e a tenere pulita la loro dimora, che molto presto però dovranno lasciare. Per poterli capire meglio, e calarci nei loro panni, è bene fare qualche piccola dissertazione storica. I rom sono il principale gruppo etnico della popolazione di lingua romanes originaria presumibilmente del nord dell’India: i loro dialetti, nonostante siano presenti in varie nazioni, sono comunque comprensibili dalle altre etnie rom, essendosi originate tutte da un’unica lingua madre, il sanscrito. La diffusione dei rom nel mondo, e la loro prima apparizione testimoniata, ha avuto inizio con le persecuzioni cui andarono incontro durante il medioevo europeo: questi popoli vennero accusati di praticare stregoneria, quando in realtà si occupavano della lavorazione dei metalli, e per le loro caratteristiche nomadi furono bollati come “maledetti da Dio”. Da questo momento la storia dei rom è stata tutta un susseguirsi di persecuzioni, deportazioni, stermini e, talvolta, anche di riduzione in schiavitù. Si ricordi in particolar modo il “trattamento” che la Germania nazista riservò anche a loro, durante la seconda guerra mondiale: così come per gli ebrei, anche per i rom fu programmato un genocidio sistematico che portò alla morte di quasi un milione e mezzo persone. Ma i rom e gli zingari non furono solo sfruttati o usati come manovalanza nei campi di concentramento: ad Auschwitz molti di loro furono torturati o usati per terribili esperimenti dalle truppe naziste, in un orrore senza fine.

Le etnie rom, comunque, sopravvissero al Porajmos (grande devastazione), termine usato in lingua romani per indicare il genocidio della seconda guerra mondiale, e ricominciarono a proliferare in tutta Europa: la concentrazione di questa etnia fu maggiore nei paesi dell’est Europa, dove si stima che tutt’oggi vi risieda circa il 60-70% della nazione rom. Le conseguenze della persecuzione nazista, comunque, non si fermarono al solo sterminio: il trauma fu tale che da quel momento i rom non furono più in grado di ristabilire una loro identità, sparpagliandosi sempre di più e perdendo di vista le loro tradizioni. Un altro durissimo colpo fu poi inferto dal regime comunista, che a causa della sua politica di assimilazione forzata mise fine al carattere nomadico delle popolazioni rom e alla sua struttura sociale. Nonostante tutto questo, però, esistono ancora vari sottogruppi che mantengono i loro nomi originari e le loro tradizioni; tra questi possiamo citare i Khorakhanè musulmani provenienti dai territori della ex Jugoslavia, i Kanjarja cristiano-ortodossi della Serbia, gli Ursari dalla Romania, e tanti altri, i cui nomi indicano il tipo di lavoro svolto abitualmente, fungendo contemporaneamente da criterio di divisione per i sottogruppi. Per quanto riguarda la situazione dei rom in Italia, bisogna precisare che molti di questi provengono dalla ex Jugoslavia: fuggiti da questo paese allo scoppio della guerra, i rom si rifugiarono in Italia per scappare dall’ennesima persecuzione etnica, nella speranza di essere accolti e tutelati così come richiede la convenzione di Ginevra per tutte quelle popolazioni che, a causa di gravi sconvolgimenti nella propria nazione di origine, si ritrovano a non avere più alcuna patria o cittadinanza. In Italia, purtroppo, non si rispettarono questi obblighi, visto che le autorità richiesero ai profughi i certificati anagrafici ormai distrutti dalla guerra, e che resero di fatto impossibile un soggiorno legale a queste persone. Oltre a quelli provenienti dalla ex Jugoslavia, vi è in Italia un altro sottogruppo di rom provenienti dalla Romania e giunti nel nostro paese durante la seconda metà degli anni novanta. Si tratta solitamente di operai che a causa delle riforme economiche post-socialiste hanno perso i loro lavori nei kombinat industriali, subendo anche gravi fenomeni di discriminazione: espulsione dei minori dalle scuole, roghi delle case e pestaggi che hanno indotto questi rom a fuggire verso i paesi dell’Europa occidentale, Italia inclusa. Un vero e proprio esodo, che nelle città italiane si è replicato con i continui sgomberi dei campi, e che avrà luogo a breve anche qui a Messina.

Ma che progetti ci sono per queste famiglie e per l’area che occupano? Siamo andati a chiederlo all’assessore alle politiche della famiglia Dario Caroniti.

 Dopo lo sgombero, queste famiglie avranno bisogno di alloggi: sono stati previste abitazioni atte ad ospitarle? E se sì, dove e con quali modalità verranno sistemati?

 “Non posso dire che questa situazione si sia venuta a creare all’improvviso, visto che il campo esiste già da moltissimi anni: di fatto però, a novembre, ovvero nel momento in cui l’autorità portuale ci ha intimato di rimuovere il campo, abbiamo dovuto cercare delle sistemazioni per queste famiglie e allo stesso tempo abbiamo dovuto trovare una sistemazione per gli sfollati dell’alluvione di ottobre. Al momento quindi non abbiamo dei luoghi in cui portarli anche se, ben prima della richiesta di sgombero, mi ero già impegnato personalmente recandomi anche al campo rom e raccogliendo informazioni sugli abitanti. Purtroppo una buona parte di questi è sprovvista di permesso di soggiorno, il che complica notevolmente la questione; non possiamo dare una casa a chi non ha un regolare permesso, violeremmo la legge. Il problema si pone comunque per circa 40 persone, e sto aspettando che venga completato l’iter di sgombero del campo per poter sapere con certezza quante persone, munite di permesso, potranno trovare alloggio. A questo punto, con un numero così basso, la questione delle case non sarà più problematica e potremo concentrarci su queste famiglie. È doveroso dare loro una risposta dal punto di vista abitativo. Ma finché non ci sarà un censimento ufficiale non potremo sapere con certezza quante case sono necessarie; dopo vent’anni ci troviamo ora nella condizione di dover porre una “pezza” a questa situazione, che è stata causata da una gestione discutibile di questo problema, innanzitutto per la zona scelta a suo tempo e per il modo in cui è stato attrezzato. Questa precarietà ha generato nuove forme di abusi e di abusivismo, a cui ora non è facile trovare rimedio. Volevamo occuparci della questione passo a passo, ma a causa dell’intervento dell’Autorità Portuale la situazione ha preso un’altra piega. A questo punto dobbiamo procedere insieme al Prefetto e alle autorità di polizia, ai quali abbiamo chiesto la convocazione di un tavolo per stabilire quali siano le tappe da seguire; non possiamo dire semplicemente che parte di queste persone non sono in regola con i permessi di soggiorno perché questo potrebbe anche comportare conseguenze di ordine pubblico, in quanto questi individui, per legge, dovrebbero essere rimpatriati. Tra l’altro, questo rimpatrio sarebbe anche problematico perché molti di loro provengono dal Kosovo, un’area con una situazione politico-giuridica non chiarissima; i rom non possono tornare in questo paese poiché i loro passaporti sono serbi, e la Serbia non ha più giurisdizione sul Kosovo. Si tratta quindi di un problema che non possiamo affrontare da soli, come amministrazione comunale, e sarà necessario coinvolgere gli organi governativi, prefettizi, a causa anche di una serie di risvolti legali che non sono di responsabilità del comune”

 Essendo posto in una zona costiera, il campo rom dovrebbe rientrare nelle competenze dell’assessore alle politiche del mare; in che modo si è occupato della gestione della zona in questi anni? Ecco la risposta dell’assessore Pippo Isgrò. “Io mi occupo in parte del campo rom, ovvero soltanto per quello che riguarda la manutenzione di quest’area; ci siamo occupati di fare solo qualche piccolo lavoro, come per esempio un impianto elettrico e un sistema idrico”

-E per quanto riguarda l’ordinanza di sgombero? Come si è interessato?

“Innanzitutto so che lì vi è una concessione da tempo scaduta, ma non so in che termini, e mai rinnovata negli anni passati; la nostra amministrazione si è così ritrovata a dover adesso dipanare questa matassa. Non possiamo far vivere lì quelle persone, in quelle condizioni, in una zona fatiscente e a rischio, e non è neanche possibile effettuare interventi in una zona non idonea ad accogliere delle persone. Con il sindaco abbiamo deciso di riunirci all’Autorità Portuale per trovare una soluzione ottimale: l’Autorità aveva emesso un termine di sgombero di trenta giorni, un paio di mesi fa, ma ovviamente non è stato possibile rispettare i tempi in quanto si parla spostare persone, non cose. Sono contrario alla creazione di un altro campo rom, e ho proposto che queste persone possano rientrare nel piano di emergenza abitativa essendo comunque ormai residenti messinesi, ben integrati nella nostra realtà. Il problema sta nel fatto che queste famiglie vivano in delle baracche, così come altri nostri concittadini, e non nel fatto che siano rom: anche loro, come tanti altri messinesi, si ritrovano in queste strutture fatiscenti e rientrano quindi nell’emergenza abitativa”

-Questo sgombero rientra in un piano di riqualifica del fronte mare?

 “Intanto quella è un’area dell’Autorità Portuale e vi sono progetti legati al loro waterfront, mentre per quanto riguarda l’area di mia competenza abbiamo solo progetti in stato embrionale, poiché mancano sia i fondi, sia le reali possibilità di intervento in queste zone a causa della presenza della ferrovia, delle industrie, delle baracche. Ci si occupa della pulizia e del miglioramento delle spiagge, ma non è possibile intraprendere una reale riqualifica del waterfront senza interferire con gli investimenti privati: fare tutto questo sarà possibile solo attraverso le opere compensative del ponte. Da un lato lo spostamento delle ferrovie porterà le industrie ad abbandonare queste aree, e dall’altro ricollocheremo  gli stabilimenti rimasti in altre zone: tutto questo richiederà un censimento ed una accurata progettazione, per dare vita ad un processo di integrazione complessiva in queste aree. È tutto legato al ponte, che provocherà la riduzione della linea ferrata liberando le aree del fronte-mare”

Incuriositi, ci siamo chiesti se gli interventi relativi all’Autorità Portuale siano anch’essi collegati alle opere compensative del ponte, così come per le aree di competenza del comune, o se siano invece fini a se stesse. “Non credo che siano legate al progetto del ponte, ma sono però legate al piano regolatore del porto” è stata la risposta di Maurizia Longo, dirigente area demanio dell’Autorità Portuale, alla quale abbiamo posto anche altre domande.

 

-Ma per cosa verrà riutilizzata l’area di via San Raineri dopo lo sgombero del campo? Ci sono già dei progetti? E poi, nel progetto di riqualificazione non è ovviamente presa in considerazione solo l’area interessata dal campo, ma una zona più ampia: fino dove si spinge l’Autorità Portuale?

“Rientra nei progetti del piano regolatore del porto; si tratta di un’area che va completamente riqualificata. Dal campo fino all’inceneritore è prevista la realizzazione di un parco. Noi intendiamo riqualificare l’intera zona falcata, e la nostra competenza si ferma al torrente Portalegni e alla zona della Marina Militare. È prevista  la demolizione dell’impianto di stazione e degassifica, anche se la competenza è al momento dell’Ente Autonomo Porto”

-Da Novembre l’Autorità Portuale ha intimato lo sgombero del campo; ma come mai prima di allora non si era avuta una tale determinazione? Perché questo improvviso passo in avanti?

 

“Non è vero, ogni anno abbiamo proposto lo sgombero, ma adesso si tratta di un atto dovuto; le condizioni di igiene e di decoro si scontrano con le esigenze della nostra città. Sapere che le persone che arrivano dalle navi, all’imbarco della Cartour, incontrino questo stato di degrado ci ferisce. Questi fattori, insieme al progetto CDAC (Centro di Documentazione Arti Contemporanee, per la valorizzazione e la gestione della Real Cittadella) e all’approvazione del piano regolatore, ci hanno portato all’attuale situazione. Ci auguriamo che in questi luoghi possano nascere strutture di interesse pubblico”.

Durante il nostro giro del campo, abbiamo incontrato molti dei suoi abitanti: tra questi, c’è chi lamenta la mancanza di interventi a loro favore con un laconico “nessuno fa niente”. Ma è proprio vero? Crediamo che sia le istituzioni che le associazioni abbiano qualcosa da dire a proposito. Dario Caroniti nega: “Non è vero, da anni la nostra amministrazione, come anche l’amministrazione Genovese in passato, ha cercato un dialogo con le rappresentanze del campo; c’è un tentativo da parte del pubblico di entrare in rapporto con queste persone, per capire esigenze e problemi. Anche l’associazionismo messinese è stato molto presente, visto che si è avuta l’organizzazione di attività di socializzazione e di assistenza. Parlare di abbandono non è propriamente corretto, ma è più esatto parlare di stato di abbandono del campo; l’incuria è del luogo, e questo purtroppo è tipico della nostra realtà, legata all’abitudine di abbandonare nell’ordine della legalità e della civiltà molte aree. Ci tengo a precisare che non è un problema di etnia visto che negli anni passati, nella stessa zona ove è sorto  il campo, si è avuta la presenza di una delle peggiori discariche abusive. È una sorta di accettazione del degrado che si è radicata nella nostra città”. L’assessore ha menzionato le associazioni di volontariato messinesi, ed ecco giungere immediata anche la risposta del circolo ARCI Thomas Sankara per voce dell’avvocato Carmen Cordaro: “In questi anni il lavoro dell’ARCI è stato quello di promozione dei diritti di cittadinanza all’interno del campo. Abbiamo anche indirizzato un anno di servizio civile per alfabetizzare gli adulti del campo. Quest’anno stiamo anche collaborando con un’altra associazione per realizzare il sostegno scolastico nei locali dell’Arci per circa 18 minori rom. E ancora, abbiamo convinto l’amministrazione a non procedere con lo sgombero, ma a formalizzare un tavolo tecnico in Prefettura con la presenza anche delle associazioni di tutela dei migranti (così come confermato precedentemente dall’assessore Caroniti, NdR)”. E su quanto detto sugli alloggi, aggiunge che “la casa in affitto non può risolvere il problema quando molti rom non hanno un lavoro continuativo. Una soluzione diversa che è stata da noi prospettata all’amministrazione era quella di creare un’agenzia comunale di intermediazione con gli affittuari, che garantisse gli affitti e, nel frattempo creare una o più cooperative che potessero iniziare un percorso virtuoso lavorativo. Ed ancora l’autocostruzione. Siamo per le soluzioni abitative condivise con i rom. Dalle numerose assemblee che abbiamo tenuto al campo in questi anni ci è parso di capire che l’importante è non  tanto stare tutti insieme ma, piuttosto, non separare i nuclei familiari. Ricordo che i rom del campo di Messina provengono dal Kosovo e la maggior parte di questi viveva in case di proprietà che sono state distrutte durante la guerra.

La guerra, esatto. La guerra non cambia mai. Il conflitto tra il 1991 e il 1995 nella ex Jugoslavia ha spinto migliaia di persone a fuggire dalla propria terra. Tra questi c’è Nasdia, giunta qui in Italia nel 1991 con la madre. È sposata con un messinese, e ha dato alla luce ben tre figli. Come tutti i bambini normali, anche loro vanno a scuola, imparano, giocano e socializzano con e come i loro coetanei italiani. Durante la nostra visita, siamo stati invitati da lei ad entrare nella sua casa; anche questa è stata arredata con colori allegri, e anche qui c’è l’albero di Natale e il panettone. Sorprendiamo il figlio di otto anni impegnato a giocare con una Playstation, un piccolo dettaglio che grida normalità e che non fa altro che mettere in evidenza quella comunanza di abitudini e gesti che avvicina noi italiani a questi altri italiani, troppo spesso divisi da un fossato di paura e diffidenza indotta da ogni genere di pregiudizio, figlio più che naturale di una generale indolenza nel comprendere chi è differente, ma non troppo, da noi. Una frase di Primo Levi va qui giustamente citata: “Quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?”. Poche, a ben sentire le opinioni di tanti italiani. Ci siamo chiesti allora come vivono queste persone il peso di un diffuso pregiudizio, e come gli stessi volontari sentano gravare su di sé questa discriminazione, ad esempio parlandone con i familiari o con gli amici. Risponde Carmen Cordaro: “La discriminazione è pesantissima e pesa in tutti i campi compreso quello scolastico. Per poter lavorare molti ragazzi sono costretti a nascondere la propria identità: l’Arci ha promosso una raccolta di firme sul problema abitativo dei rom e abbiamo potuto constatare che è stato più difficile rispetto ad altre tematiche convincere le persone a firmare e questo trasversalmente alle opinioni politiche ed allo status sociale”.

Perché si pensa che i rom siano così diversi da noi? Perché si crede che le loro tradizioni siano  tanto distanti dalle nostre? Un altro esempio che possiamo portare, semplice ma efficace, per dimostrare quanto siano simili a noi (o per meglio dire, a quello che noi eravamo) viene dall’abitudine di queste famiglie a fare il pane in casa: una tradizione ancestrale, che noi italiani abbiamo perso nel tempo ma che in queste popolazioni è ancora viva e radicata. Le nostre bisnonne, che in casa preparavano il più sacro degli alimenti, assomigliano tanto a Suata e sua sorella, anche se queste ultime due hanno la sfortuna di abitare in una baracca. Baracca sì, ma pur sempre una casa, che nonostante tutti i problemi riescono a tenere pulita e in ordine; le donne, esseri del fare, non del dire! Scambiamo quattro chiacchiere con loro, che sembrano avere molto a cuore l’istruzione delle loro bambine: “vogliamo che studino” ci dice una, con gli occhi sognatori di una madre che immagina un grande futuro per la sua piccola, futuro che l’istruzione terrà lontano da dolore e miseria. Stessa è la preoccupazione di Attija, che abita nella casa accanto e che è padre di tre vispe ragazzine, Giusy, Tamara e Patty, nomi italiani che, come scopriremo poi, si sono date da sé. Tutte e tre frequentano con profitto ed gioia la scuola Tommaso Cannizzaro, nella quale hanno imparato gli atteggiamenti e le abitudini italiane. Più che di piccole rom, si dovrebbe parlare qui di piccole siciliane, vista la quasi totale integrazione di questa terza generazione di immigrati; l’uso perfetto che fanno dell’italiano, l’adozione dei nostri costumi e il rapporto con i loro compagni di scuola non le rende più distinguibili dalle altre loro coetanee messinesi. Lo si evince anche dai nomi che si sono date autonomamente, più “occidentali” rispetto a i loro veri nomi islamici. “Loro continueranno a studiare, faranno le medie e le superiori”, ci dice il padre, anche lui presente qui dal 1991 e da sempre impegnato a lavorare onestamente per portare avanti la sua famiglia in modo dignitoso; parlando parlando, emerge una diffusa preoccupazione per l’annunciata rimozione del campo, che potrebbe avere le ripercussioni più pesanti sui bambini e sui ragazzi, che verrebbero in questo modo allontanati dalla loro scuola con la conseguente perdita delle consuetudini e degli amici. È plausibile che si verifichino traumi nei più piccoli? E se sì, sono stati pensati dei rimedi? È il momento di fare un’altra chiacchierata con Dario Caroniti, proponendogli questi dubbi, sia nostri che dei genitori del campo: “Oggi capita spesso che molte famiglie si ritrovino costrette a spostarsi anche molto lontano per motivi di lavoro, portando con sé bambini che si ritrovano costretti a cambiare scuola e abitudini; in questo caso però la realtà in cui vivono non cambia, e in più è possibile che per queste famiglie e questi bambini si possa passare da una baracca fatiscente ad una vera casa alla fine di questo iter, cosa su cui conto e spero. Invece di essere davanti ad un trauma è più probabile che ci troveremo di fronte ad un miglioramento delle loro condizioni. Bisogna poi anche immaginare che all’interno del campo vi è una grossissima conflittualità tra più famiglie, e quindi sarebbe più conveniente trovare non un posto unico per tutti bensì più posti per dividere il gruppo etnico, poiché non è coeso al suo interno. Questo ha creato anche un clima di tensione all’interno del campo, che di certo non è positivo né educativo per i bambini; allontanarli da questa realtà sarebbe molto importante per la loro formazione. Con gli assistenti sociali, poi, si cercherà di dare un supporto non solo quando emergeranno dei problemi ma a partire da subito, prevedendo anche gli interventi da effettuare”

 La nostra giornata volge al termine: salutiamo Attija e la sua famiglia per dirigerci verso l’uscita del campo, consci di aver passato una mattinata ricca di insegnamenti. Basta fermarci sulla superficie delle cose, impariamo ad entrare all’interno della realtà, bella o brutta che sia; affrontare paura e superstizione per poter essere davvero liberi di pensare, senza essere schiavi dei luoghi comuni. Basta guardare queste case simili a piccole moschee, in cui è d’obbligo entrare a piedi nudi come tradizione vuole, ma che così poco hanno di diverso, nella sostanza, dalle nostre abitazioni; e ancora, soffermiamo lo sguardo su queste famiglie. Cos’hanno di strano? Sono normali. Una normalità troppo spesso oscurata dalle tante credenze errate di cui ci siamo nutriti nella nostra vita, che ha allungato a dismisura la distanza tra noi e chi è diverso. Capovolgendo ironicamente il senso di una frase di Edmund Burke, vi lascio questa citazione: “Vestiamoci dei nostri pregiudizi, ci terranno al caldo”.

 Per ulteriori approfondimenti, vi rimandiamo alle seguenti pagine web:

Informazioni sulla riqualificazione delle aree fronte-mare:

http://www.portodimessina.it/aree-tematiche.html

http://www.porto.messina.it/prp/index.html

Informazioni sulla storia del popolo rom:

http://it.wikipedia.org/wiki/Rom_%28popolo%29

Delibera n° 993 della giunta sullo sgombero del campo rom

http://www.comune.messina.it/index.php?link=comune/delibere/del1.inc&datavis=2009-12-23&mesesel=12&linkanno=2009&tipodel=1&VARMENU=comune

In allegato il documento “Occupazione campo nomadi” dell’Autorità Portuale

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6 Commenti

  1. bravo Gae! hai buttato il “famoso” sasso nell’oceano con questo tuo articolo! potrebbe sembrare nulla in confronto ma secondo me portare avanti le nostre idee, seppur nel nostro piccolo, è fondamentale ed è giusto anche da parte di ognuno contribuirne per farne eco, vai sempre avanti così! complimenti =)

  2. bravo Gae! hai buttato il “famoso” sasso nell’oceano con questo tuo articolo! potrebbe sembrare nulla in confronto ma secondo me portare avanti le nostre idee, seppur nel nostro piccolo, è fondamentale ed è giusto anche da parte di ognuno contribuirne per farne eco, vai sempre avanti così! complimenti =)

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