Ushuaia. La rivoluzione ai confini del mondo

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Sta arrivando l’inverno nella città più australe del mondo. Le vie che costeggiano il mare si popolano di brasiliani approdati all’isola per godere della neve. Il turismo intensivo non regge la temperatura della stagione fredda dell’Antartide, ed è un bene: la città si assegna unicamente all’anima fueguina.

La percezione che la Patagonia consegna al viaggiatore rimane costante nel tempo: incredulità, emancipazione e una fortissima sensazione di ribellione.

La realtà anzitempo prende il sopravvento sulla coscienza delle emozioni: l’impatto con la sommossa dell’isola è immediato. La calle San Martin, la via principale della città, di fronte al palazzo del Governo, è il punto d’accesso alla rivolta. Si incontrano lavoratori di ogni età, pensionati, giovanissimi militanti, dirigenti sindacali ed esponenti del Partito Obrero.

Luis Pangallo, impiegato nella capitaneria portuale, è il primo a guidarmi dentro questa affascinante esperienza.

“Il nove gennaio scorso, ad Ushuaia, è stato votato un pacchetto di leggi che pregiudica tutti i lavoratori, in particolar modo quelli pubblici. Sono proprio questi che da oltre due mesi stanno occupando la città, manifestando ogni giorno, senza mai arrendersi. La nuova legge, incostituzionale, è un atto di terrorismo, un attentato alla democrazia e alla dignità del popolo fueguino.”

“La riforma compromette principalmente l’istituto della previdenza sociale, oggi smantellato radicalmente. Non sentiremo più parlare di assistenza sociale e di assistenza medica per i disabili. Un altro aspetto fondamentale riguarda le pensioni, ridotte di oltre il 21 percento, ed erogate settimanalmente – a rate. Anche l’età pensionale è aumentata. Da 55 a 60 anni per l’uomo e da 50 a 55 anni per la donna (e che ne sanno dei nostri 66 anni!!). Inoltre è stata abrogata la legge dei “25 invernos”, che permetteva a tutti i cittadini, al compimento del venticinquesimo anno lavorativo consecutivo, di poter andare in pensione, tenuto conto delle condizioni climatiche rigide del Paese a cui si è soggetti.”

“Infine le tasse hanno subito un aumento che va dal 600 al 1.000 percento. Il contributo di solidarietá dei lavoratori, prima facoltativo, adesso, al fine di riempire le casse dello Stato, è diventato obbligatorio. L’alto tasso di inflazione a cui siamo esposti ha una fortissima ripercussione sul costo della vita, aumentato negli ultimi cinque mesi di oltre il trecento percento.”

Quando chiedo come si è sviluppata la consapevolezza di quello che stava per accadere, dimenticandomi per un attimo la discendenza indigena dei fueguinos, Carlos Huglich, mi prende per mano e mi mostra un cartello fuori dallo stabilimento dei lavoratori dell’IPAUSS: “Ellos mandan hoy..porque Tù obedeces! A. Camus”.

“Il 1 marzo abbiamo organizzato la prima manifestazione. I dirigenti sindacali hanno occupato il Parlamento per due giorni. E il giorno seguente, all’unanimità, si è deciso di occupare la strada e di manifestare quotidianamente fino alla revoca della legge. I sindacati che ci appoggiano sono oltre ventitre. Tra i più importanti ci sono l’ATE (Associazione dei lavoratori statali) e il SUTEF (Sindacato unico dei lavoratori dell’educazione fueguina.”

“In questi lunghi settanta giorni non abbiamo mai smesso di lottare. Nessuno di noi ha abbandonato la calle, ci siamo organizzati in vari gruppi per mantenere costante il presidio e attivare ogni giorno diverse mobilitazioni: alcuni compagni hanno bloccato l’accesso principale alla città, la Ruta 3; altri hanno serrato l’ingresso del Palazzo del Governo; il sindacato dei camionisti ha lasciato la città senza gas per quarantotto ore. Il governo, oggi latitante, ha ignorato le 22 mila firme raccolte per derogare la legge, e ha declinato ogni nostro invito a dialogare. Ci chiede di liberare la strada, ma la strada è nostra!”

“Una settimana fa, cinque dirigenti sindacali sono stati arrestati e contro di loro si è avviato un processo penale per i reati di istigazione alla violenza e resistenza alle autorità. Adesso sono soggetti a libertà vigilata. Sono stati trattati come dei criminali, ed esiliati da questa insurrezione. Questa è la una politica repressiva che non abbiamo scelto ma che continuiamo a subire.”

All’assemblea serale, sono le parole di Oratio Catena, insegnante e dirigente del SUTEF, a concludere la giornata di lotta, trovando ampio consenso tra i zurditos.

“Questo non è il governo che abbiamo votato. A dicembre il popolo ha scelto il Frente para la Victoria, una coalizione della sinistra peronista, che non ha niente in comune con la politica  neoliberale di Rosana Bertone!”

Il pueblo incita: “Miserabili! Traditori!”

“Oggi dopo settanta giorni di silenzio, il Governo, a Rio Grande, ha voluto incontrare soltanto tre dei sindacati presenti nella sede ATSA. Ha lasciato fuori dalla discussione tutti i compagni dell’Unión de Gremios, e quindi la maggior parte dei lavoratori. Un Governo non può decidere con chi parlare e con chi no.”

I cumpa esortano: “Vergogna! Siamo disgustati!”

“Compañeros, se noi demordiamo adesso, dopo soli cinque mesi dalle elezioni, cosa ne sarà di noi tra 3 anni? Ci dicono che la riforma non tocca il salario. Lo sappiamo! La legge demolisce tutti i nostri diritti. Ed è una cosa che non possiamo tollerare. Noi dobbiamo rivendicare ogni giorno quello che siamo.”

Qualcuno tra la gente si commuove. Qualcuno applaude. Qualcuno continua ancora ad esternare tutto il proprio sdegno.

Quando le voci si placano, le mani non conoscono più le membrane dei tamburi e la programmazione della giornata successiva è stata messa ai voti, mi rendo conto di essere circondata da volti che non riconosco ma che sento vicini. E percepisco tutta la loro forza, il loro impegno, la loro perseveranza. E’ un dono. Il più grande che la Patagonia mi potesse fare.

Non riesco ad incrociare lo sguardo di chi mi ha seguito in questo viaggio. Non riesco a vedere i lunghi capelli di Luis, Celso, gli occhi grandi di Carolina. Non riesco a risconoscere i jubilades. Elisa, il cappello di Fernando, i sorrisi sinceri delle compagne e dei compagni del partito operaio. Siamo troppi. Siamo oltre mille.

 

Gloria Cremente

 

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