Veronica Barsotti, coming out come atto politico

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Veronica Barsotti
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È come viene descritta: simpatica, brillante e comunicativa. Veronica Barsotti, antropologa e famosa blogger italiana, ha fatto della sua vita uno spazio di felicità e libertà. Conosciuta e apprezzata anche per le sue opinioni in Fuori Logo, racconta di essersi “scoperta lesbica a 29 anni, con marito e figli al seguito”. Si occupa prevalentemente di scrittura, comunicazione digitale e digital marketing. Scrive di sé per rispondere all’esigenza di raccontare la sua storia, fatta di cambiamento e flessibilità, ma soprattutto d’amore.

Perché hai creato “Fuori Logo”?
Per colmare un vuoto. Sul web non c’erano storie simili alle mie, quando ho deciso di aprire il blog – ormai quasi 3 anni fa -; all’epoca ho pensato che potesse essere di aiuto a tutte le “lesbiche tardive” con figli. All’inizio è molto facile sentirsi sbagliati e, appunto, “fuori logo”, relegati in un limbo in cui si è ostracizzati sia dagli etero che si chiedono “com’è possibile che tu sia omosessuale e tu non l’abbia capito prima”, sia dalla comunità LGBT, dove è ancora un tabù essere lesbiche ed essere madri con figli da relazioni etero.

Coming out. Molte persone credono che parlarne e “dichiararsi” sia un atto d’amore prima per sé e poi per la libertà d’amare in generale. Altri ritengono che non sia necessario, che basti vivere bene la propria vita senza per questo rendere pubbliche le proprie scelte. Una tua riflessione?
In un Paese in cui ci fosse reale equiparazioni di diritti, vedrei il coming out come una scelta personale. In un Paese come il nostro, invece, dove solo dopo molte battaglie e morti siamo arrivati ad una legge tutt’altro che egualitaria, il coming out è un atto politico, prima che privato, un atto doveroso non solo verso se stessi, ma nei confronti della società.

La storia di alcune persone è questa: una vita, neanche tanto breve, con una persona del sesso opposto e poi una storia omosessuale. Cosa avviene in questo passaggio? Un cambiamento o una scoperta?
Dipende, ogni storia è a sé. C’è chi lo ha negato a se stesso, chi – condizionato dalla società eteromorfa in cui siamo imbevuti – non si è reso conto e c’è chi ha avuto un passaggio da una sessualità all’altra. Personalmente gioco molto con le etichette che, se certo sono indispensabili per “collocarci” e facilitare l’accettazione di sé, a volte sono molto limitanti. Personalmente mi colloco nelle sessualità fluida, sebbene siano quasi sette anni che ho esclusivamente partner femminili.

Com’è avvenuta la tua scelta?
Se per scelta s’intende il coming out è stata una scelta necessitata, non avrei potuto mentire soprattutto per rispetto di me, dei miei figli e di colui che all’epoca era mio marito.

Hai figli. Come hai gestito questa tua nuova consapevolezza con loro e con il resto della tua famiglia?
Non è stato semplice, ma nemmeno complicato come pensavo. La cosa più difficile è ammetterlo con se stessi. I miei figli sono e sono sempre stati sereni, anche grazie al fatto che il loro papà è sempre stato un amico e un alleato.

Dal blog arrivi come una persona felice, nonostante tutto. Ma qual è stato il periodo più difficile per te rispetto alla tua omosessualità in una società ancora piena di pregiudizi?
Mi reputo una persona felice, ma ho scelto di essere felice ogni giorno. Le difficoltà ci sono per tutti, magari sono solo diverse. Proprio per questo sono rimasta impermeabile ai giudizi esterni di chi parlava per preconcetti. A chi aveva dubbi è bastato conoscere me e la mia famiglia per capire che l’ignoranza è la madre dei giudizi.

E il momento più bello e felice?
Ogni mattina, quando mi guardo indietro e so di aver fatto tutto il meglio di cui ero capace. Che non era la perfezione, che era un bene pieno di errori che mi hanno insegnato molto, ma che era comunque il meglio possibile in quel preciso momento.

Spesso al termine famiglia si aggiunge l’attributo “tradizionale”, come se tutte le altre non fossero ugualmente luoghi “abitati” da persone e dalle relazioni d’amore. Anche la comunità LGBT ne parla, ma per ribadire la necessità di assicurare i medesimi diritti a tutti i “tipi”. Tu che ne pensi?
Da antropologa mi vengono istinti omicidi ogni volta che sento l’attributo “tradizionale” accostato al sostantivo “famiglia”. La famiglia è una composizione culturale e la tradizione stessa si è evoluta nel tempo. La famiglia dell’ottocento era composta da più nuclei familiari, in genere legati al ramo paterno, che coabitava in casolari. Le donne venivano maritate con matrimoni combinati in giovane età o spedite in convento. Idem per i figli non primogeniti. Durante le guerre del novecento il paradigma familiare cambia di nuovo. Gli uomini sono al fronte e molti non faranno mai ritorno. Un’intera generazione viene quindi cresciuta esclusivamente dalle donne che sono costrette anche a dedicarsi a ruoli considerati “maschili”. A pensarci adesso non credo che nessuno vorrebbe riproporre quei modelli. Se vogliamo parlare di “natura”, poi, dobbiamo ricordarci che l’essere umano è un mammifero poligamo, come la maggior parte delle scimmie antropomorfe. Quindi, davvero, chi spara certe panzane dovrebbe documentarsi un po’ meglio. La comunità LGBT ha dovuto adattarsi a questo lessico. Ma nessuna delle famiglie “non tradizionali” che conosco si reputa “un caso speciale”. Tutti hanno a che fare con le solite problematiche: neonati che non dormono, adolescenti scorbutici, dentista, feste di compleanno e le scarpe che non vengono mai sfruttate abbastanza.

Qual è la cosa che ti senti di suggerire o semplicemente di dire a chi, magari non abitando in grandi città dove la libertà presumibilmente è maggiore, non sa come liberarsi da “vestiti” che non sente propri?
Solo che la vita è una, che non ci è dato sapere quanto possa durare e che abbiamo il diritto alla felicità.

Ritieni che le donne lesbiche siano più discriminate degli uomini gay nella propria autodeterminazione e nella possibilità di vivere una scelta d’amore libera?
Credo che ci siano ancora molti condizionamenti e stereotipi che intrappolano sia gli uomini che le donne omosessuali. Le donne sono sempre “due care amiche” e i maschi “dei selvaggi affamati di sesso”. Il mondo sarà migliore quando parleremo di “persone” e verremo raccontati tramite le qualità del singolo e non sul pregiudizio di un “gruppo”.  

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