Verso il treno con Iacopo Melio

Ventitré anni: lezioni, amici e progetti. Iacopo, originario di un piccolo paese toscano, studia a Firenze e ama scrivere. Ha parecchi sogni nel cassetto il nostro Iacopo: il giornalismo, la buona musica e il vero amore. Un ragazzo come tanti, che ama, spera e fantastica sul domani. Tutto questo però, lo fa con l’aiuto di un paio di ruote in più: disabile da tempo, affronta quotidianamente quelle odiate barriere di cui nessuno sembra preoccuparsi. Niente autobus per lui, né caffè al bancone del bar. Persino fare la spesa è un’impresa. Perché non serve che le auto si fermino per lasciarlo attraversare, se sul lato opposto della strada non c’è nessun posto dove possa andare.

Nessuna emarginazione, si badi bene: niente commenti sommessi né sguardi invadenti. Non si tratta di ghettizzazione, ma di faciloneria. Potremmo persino chiamarla indifferenza. Ma Iacopo a tutto questo non si arrende, non ne ha affatto l’intenzione.

Da pochi mesi ha dato vita ad un’associazione ONLUS per l’abbattimento delle barriere architettoniche, vorrei prendere il treno. Le iniziative, curiose e singolari, si succedono con grande frequenza e coinvolgono un numero sempre maggiore di persone, ormai decise a combattere a fianco del giovane. L’ultima trovata poi, è stata un indiscusso successo: uno spot, un breve e divertente motivetto, a tratti provocatorio, realizzato e diffuso da Iacopo con la collaborazione del fiorentino Lorenzo Baglioni. Canto anch’io, brillante rivisitazione della nota canzone di Enzo Jannaci, è stata fra le più ascoltate degli ultimi giorni. Milioni di download e visualizzazioni per Iacopo che, fiero e soddisfatto, si racconta durante un breve chiacchierata. Speranzoso, ci ricorda che tutto questo è solo l’inizio.

 

Come nasce “canto anch’io”?

“Per caso. O meglio, per tutt’altro scopo. La mia intenzione era quella di dar vita ad uno spot accattivante, che rendesse noti i fini dell’associazione. Doveva essere soltanto un altro modo per sensibilizzare il popolo del web sul problema delle barriere architettoniche, non cercavo di certo il successo, Ebbene, è arrivato ugualmente.

Il video è stato in rete per una settimana circa ed ha totalizzato ben sette milioni di visualizzazioni. Poi è arrivata la telefonata della famiglia Jannacci, che ha voluto farne una canzone vera e propria.

Il download non è gratuito, ha un costo di 69 cent. Nonostante ciò, per qualche giorno ha conquistato le vette delle classifiche nazionali.

Non ero interessato alla notorietà, ma sono felice che le cose siano andate così: in questo modo una gran numero di persone è venuto a conoscenza di ciò che facciamo ed ha contribuito alla causa. Non potevo chiedere di meglio.

Questa non è unicamente la mia battaglia, ma quella di tutti noi. Io sono un semplice portavoce, ma senza il contributo di chi crede nel nostro operato nulla di tutto ciò sarebbe accaduto. Odio parlare dei miei successi, semplicemente perché non sono i miei. Cerco sempre di far capire quanto sia importante parlare al plurale: i personalismi non portano proprio da nessuna parte.”

 

Com’è andata la collaborazione con Lorenzo?

“Benone. Ho chiesto il suo contributo perché apprezzo molto il suo umorismo, l’ironia con cui è solito affrontare tematiche simili. In questi casi la compassione non serve affatto lo stile di Lorenzo è l’ideale. Ha capito subito cosa avrei voluto realizzare: non c’è stato un solo commento fuori luogo in rete ed è una cosa davvero rara. Nessuno ha frainteso il contenuto della canzone né le motivazioni che ci hanno spinto a diffonderla sul web. Tutto questo lo devo soprattutto a lui.”

 

 

La canzone è ancora fra le più scaricate?

“Beh, no. Per un paio di giorni ha mantenuto il terzo posto in classifica su iTunes, adesso credo sia scivolata al quarantesimo. Non è certo questo che importa, ma ci fa comprendere quanto sia importante non fermarsi mai. È necessario dar vita a progetti sempre nuovi, fare in modo che i riflettori rimangano sempre accesi: è l’unico modo per ottenere l’attenzione delle istituzioni. Finché i media parleranno di noi, il mondo politico non potrà far altro che ascoltare ciò che abbiamo da dire. Solo così possiamo sperare in un vero cambiamento.”

 

E sinora le istituzioni vi hanno dato ascolto?

“Direi di sì. Premetto che vorrei prendere il treno è nata soltanto a gennaio, non c’è stato abbastanza tempo per dei cambiamenti effettivi. Qualcosa però si sta muovendo: basti pensare che la Regione Toscana si è impegnata a rendere il 75% delle stazioni ferroviarie del tutto fruibile anche per i portatori di handicap. È solo l’inizio, lo so bene, ma sembra proprio un ottimo inizio.”

 

Prima “vorrei prendere il treno” e adesso la promessa che il treno potrai prenderlo al più presto. Perché desideri tanto viaggiare su rotaie?

“La verità è che sono un inguaribile romantico. I treni hanno un indiscutibile fascino ed io sogno di innamorarmi proprio lì, a bordo di un vecchio vagone, come succede nei film. Forse sono single proprio perché non prendo il treno, chissà”

 

Cosa speri possa cambiare in futuro?

“Io sogno un’Italia a misura di tutti, un’Italia consapevole. Spero che i cittadini si rendano conto che qualunque gesto, anche il più banale, può condizionare la quotidianità di noi disabili. Chi parcheggia l’auto di fretta, senza far caso a dove finiscano le ruote, ci impedisce di salire sul marciapiede. Basterebbe spostarsi di qualche centimetro. Per non parlare dei commercianti: sono davvero pochi i negozi con pedane all’ingresso, alla maggior parte si può accedere soltanto servendosi dei gradini. Non possiamo né vogliamo chiedere sempre aiuto: spesso rinunciamo, ma sembra che non importi a nessuno.

In Italia c’è una superficialità diffusa, un atteggiamento di disinteresse nei nostri confronti che inevitabilmente limita le nostre possibilità.

Proprio qualche giorno fa mi sono trovato a dover raggiungere il centro di Firenze dalla Stazione di Santa Maria Novella. Pochi metri, sei minuti a piedi, non di più. Ebbene, io ne ho impiegati oltre quaranta: la strada era disseminata di buche e percorrerla è stata una vera impresa.”

 

Pensi che altrove le cose siano diverse?

“Nei paesi nordeuropei sicuramente sì. Si viene educati al rispetto, cosa che qui non avviene. Certo, anche lì ci sono ostacoli da superare, ma nulla in confronto a ciò che accade qui.

In altri posti invece le cose vanno ancor peggio: in Giappone l’inclusione sociale dei portatori di handicap è pressoché nulla. La loro cultura è ben diversa, persino a livello lavorativo l’integrazione non è affatto all’ordine del giorno.

Ogni luogo ha i suoi problemi, ciò che importa è lottare per il cambiamento.”

G.M.

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