Crescere in frontiera

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Prima che mi fosse assegnato questo articolo non conoscevo affatto, come la maggior parte dei messinesi la realtà del quartiere di Villa Lina.
Notoriamente è una delle zone più malfamate della città: delinquenza, povertà, ignoranza, non manca niente di tutto questo. E’ facile guardare da fuori e giudicare, ma quali sono realmente le condizioni in cui vive la gente che popola questo quartiere?

Il primo passo che ho fatto è stato avvicinarmi alla scuola media presente nella zona. Da quest’anno non è più un unico plesso, ma è stato unificato con altre tre scuole della nostra città: Istituto G. Mauro, l’Istituto E. Castronovo di Gesso e l’Istituto G. Cena di Salice. La direttrice, Giovanna De Francesco, è una donna piena di iniziative, è responsabile del 16° Istituto Comprensivo da un anno e mezzo e, a detta di tutti i collaboratori della scuola, ha portato una ventata di novità all’interno dell’edificio, ma questo non è stato semplice.
“Non è un bel quartiere per cercare di educare dei ragazzini di 11, 12 anni, è un territorio soggetto a continui rischi. L’anno scorso l’Istituto è stato oggetto di atti di vandalismo da parte di alcuni bulli della zona, che hanno causato notevoli danni”.
La realtà in cui la preside porta avanti i suoi numerosi progetti è difficile, la scuola prima di tutto cerca di essere un luogo di socializzazione, un luogo in cui si impara a rapportarsi con il prossimo in maniera civile. L’intero corpo docenti è abile nel trovare sempre nuovi metodi e approcci per istruire i ragazzi:  “cerchiamo di avvicinarli alle varie materie in modi divertenti, per coinvolgerli e appassionarli, cerchiamo di portare i ragazzi all’interno della scuola. Cerchiamo di coinvolgerli in attività extrascolastiche con l’obiettivo che stiano lontani dalla strada il più possibile”.
Le attività scolastiche sono tutte svolte con grande fantasia, si racconta la storia tramite scenette, tramite disegni, cartelloni, sono i ragazzi stessi ad appassionarsi quando la scuola viene presentata sotto altri punti di vista.
Durante il colloquio con la preside sono stati diversi gli studenti dell’Istituto che mi hanno mostrato i loro lavori: erano tutti entusiasti!
“Una delle più belle iniziative dell’Istituto”, continua a raccontarmi la preside, “è stata quella del Laboratorio Teatrale: genitori, studenti e docenti si sono impegnati per la rappresentazione e la messa in scena di alcuni pensieri e poesie sulle vittime della mafia Paolo Borsellino e Giovanni Falcone”. La scuola cerca di coinvolgere non soltanto gli studenti, ma anche le madri e i padri dei ragazzi che la frequentano, “il nostro obiettivo” prosegue la Preside, “è quello di creare un senso di appartenenza che leghi queste famiglie alla loro terra”.
Tutti questi progetti, queste iniziative come riescono ad andare avanti? L’istituto non ha ricevuto nessun aiuto economico da parte del Comune, ha però ricevuto l’appoggio morale dell’Assessore alla Pubblica Istruzione e all’edilizia scolastica Salvatore Magazzù, e dell’ex Provveditore Gustavo Ricevuto.

Questa scuola è una piccola oasi in mezzo al deserto, un luogo in cui si cerca di insegnare ai bambini prima di tutto l’educazione, un luogo in cui si cerca di far crescere gli studenti lontani dai pericoli del quartiere.

A raccontarmi la stessa realtà vista con altri occhi è stato Don Aurelio, parroco della Chiesa di San Matteo, presente nello stesso quartiere. Mi ha descritto la realtà della strada, quella con cui tutti i giorni si trova a combattere e che cerca di migliorare come può.
“Ai ragazzi che frequentano il mio oratorio, prima di tutto, cerco di insegnare il rispetto. «Non dare fastidio agli altri» è questo che manca nei ragazzini che crescono in questo quartiere. Non sanno come ci si rapporta alla gente in maniera civile, non hanno idea di quelle che sono le regole base per una convivenza pacifica.”
Don Aurelio parla con una grande amarezza: “Le istituzioni dovrebbero capire che questi ragazzi sono il nostro futuro, sono il futuro della città, non possono essere lasciati senza alcuna guida. Ci vorrebbero numerosi centri sociali, si dovrebbe raddoppiare la polizia, ci vorrebbe una presenza massiccia di persone competenti che possano aiutare questi ragazzi, che per la maggior parte non hanno neanche 16 anni, a capire cosa vuol dire «avere un’altra scelta», finché nessuno spiegherà loro come poter andare avanti in maniera civile e legale, la situazione peggiorerà sempre. Se i servizi sociali funzionassero, probabilmente molti non prenderebbero cattive strade, ma purtroppo gli investimenti sul sociale sono i primi che tagliano: i ragazzi non votano, i bambini non votano, non è conveniente spendere soldi in un settore del genere. Quello che le istituzioni non capiscono è che in quartieri come questo le famiglie hanno una media di 4 anche 5 figli, tra vent’anni loro saranno la maggioranza, se già oggi, dopo un certo orario, camminare sul Viale San Martino è pericoloso, come potrebbe essere la situazione in futuro quando l’unico modello esistente sarà quello della violenza?”
Il Parroco della Chiesa di San Matteo è deluso: “mantenere un quartiere povero è un ottimo bacino di voti, un popolo di ignoranti si governa bene”.
I ragazzi che crescono in questo quartiere credono che il rispetto si guadagni con la forza, con la violenza, la tendenza è quindi quella di fare i bulli, chi è debole viene sottomesso. Non si conosce altro modo per essere leader se non tramite la violenza, sono lasciati come animali selvaggi, l’unica legge che conoscono è quella del più forte.
“Nel mio oratorio” prosegue Don Aurelio “cerco di insegnare il rispetto delle regole, ce ne sono poche, ma devono essere seguite, e chi non lo fa viene buttato fuori. Sono considerato «il braccio duro della legge», per quei ragazzini che sono abituati a comandare gli altri non è facile venire qui e perdere la propria autorità, diventare come gli altri. Tutti i giovani della zona sanno che all’oratorio si gioca, ci si diverte, si studia, siamo aperti ad ogni iniziativa, ma sanno anche che non possono comportarsi come farebbero in strada, qui ci sono delle regole da rispettare”.
Regole che, fortunatamente non vengono ostacolate dalle famiglie: “sono tutelato da possibili aggressioni perché i genitori condividono i miei insegnamenti: anche in una struttura criminale è presente il concetto di rispetto”.
L’amarezza presente nelle parole di Don Aurelio è grande, nessuno offre un aiuto concreto per aiutare questi giovani a prendere una via diversa, nessuno insegna loro che esiste anche un’altra scelta.

Le parole del Parroco mi hanno colpita profondamente, così ho deciso di  vedere con i miei occhi la situazione del quartiere di Villa Lina, di conoscere la gente che ci abita, sentire dalla loro voce i gravi problemi  con i quali ogni giorno si trovano a combattere.
Molte delle baracche presenti nel luogo sono state demolite, ma ancora, purtroppo, altre restano in piedi e vengono abitate regolarmente. Luoghi in cui per chiunque sarebbe tremendo vivere sono l’unica casa e l’unico luogo in cui crescere i propri figli, tutti bambini piccolissimi, per la maggior parte famiglie numerose nelle quali, generalmente, l’unica figura adulta presente è quella della madre. Spesso infatti la figura di un uomo adulto non esiste: a volte a causa degli arresti domiciliari, altre volte perché si trova in carcere. Come può una donna sola avere a che fare ogni giorno con topi che corrono per casa, con l’acqua che cade dal tetto ad un ogni più piccola goccia di pioggia, come si fa a convivere con un tanfo terribile che proviene dalla spazzatura buttata appena fuori dalla finestra da tutto il vicinato? Ecco la realtà della gente di questo quartiere, una realtà che non avrei mai creduto potesse esistere nella mia città, quella con la quale ogni giorno le famiglie di questa zona si trovano a combattere. Una realtà che la gente, spesso, non conosce e che le istituzioni preferiscono ignorare
Ma questo non è tutto. Ho conosciuto molti dei bambini che vivono nelle baracche di Villa Lina, alcuni dei quali non hanno neanche compiuto 4 anni, e almeno uno per ogni famiglia è affetto da broncospasmi.
“La pediatra mi ha detto di cambiare casa, il bambino non può guarire se continuo a vivere a contatto con la spazzatura e la sporcizia, ma come faccio ad andarmene da qui, dove vado?” queste le parole disperate di una delle madri. Nessuno le aiuta, nessuno offre loro un’alternativa, alcune hanno ricevuto lo sfratto senza avere la possibilità di un nuovo alloggio. Quale potrà essere il futuro di questi bambini?
Bambini per i quali la delinquenza è normalità, bambini a cui viene insegnato che l’unica legge da rispettare è quella dettata da loro stessi e non dallo Stato, bambini cresciuti con la convinzione che quella in cui vivono è la sola realtà esistente, bambini che ritengono la violenza l’unico modo per farsi sentire. Sparare ai cartelli stradali vuol dire essere i leader della zona, compiere atti di vandalismo è un modo per far valere il proprio potere, per comandare gli altri: nessuno spiega loro cos’è la civiltà, cosa vuol dire rispetto delle persone e delle cose.
La scuola e l’oratorio della parrocchia stanno cercando di portare questi ragazzini lontano dalla strada, ma le loro forze da sole non bastano. Per anni un teatro adiacente alla Chiesa è stato luogo di aggregazione per i bambini della zona,  ma adesso la struttura è chiusa a causa della mancanza di alcune norme di sicurezza. Per adeguare l’edificio ai criteri di idoneità previsti dalla legge è necessaria una quantità di denaro che nessuno, né il comune né gli enti privati vogliono investire.
In questo modo i luoghi in cui i bambini, le nuove generazioni l’occasione di rinascita di questo quartiere, dovrebbero imparare a crescere, a vivere nella normalità, vanno sempre più scomparendo, lasciando spazio soltanto a delinquenza, incuria, inciviltà. Anche se a definirsi incivile dovrebbe essere una società che permette che situazioni come questa vadano non solo perpetrandosi, ma addirittura sempre più peggiorando.
L’universo di cui stiamo parlando non è un mondo a parte, avulso, alieno rispetto al nostro. È un mondo che si trova nel cuore della città a pochi passi dalle nostre vite.
Sentimenti contrastanti animano il mio cuore: ammirazione, speranza, tenerezza per quelle madri che combattono ogni giorno per la salute dei propri figli, che portano avanti da sole un’intera famiglia, madri disperate che ogni giorno trovano la forza per andare avanti. E allo stesso tempo una grande rabbia e delusione nei confronti di chi ha il potere di cambiare le cose e resta immobile a guardare. Fa comodo ignorare i problemi, ma per quanto ancora sarà possibile farlo? Basterebbe incrociare lo sguardo di uno di quei piccoli bambini, sentirli tossire incessantemente, vedere i loro occhi gonfi di lacrime per non dimenticarli più e avere la volontà di combattere ogni giorno affinché anche loro possano avere una vita migliore.

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4 Commenti

  1. Non conoscevo questa faccia della città, ne sono rimasto amareggiato e per certi versi incredulo.
    Complimenti all’autrice dell’articolo e al giornale che si sono preoccupati di far conoscere un realtà cittadina, a molti noi messinesi, sconosciuta.

  2. Non conoscevo questa faccia della città, ne sono rimasto amareggiato e per certi versi incredulo.
    Complimenti all’autrice dell’articolo e al giornale che si sono preoccupati di far conoscere un realtà cittadina, a molti noi messinesi, sconosciuta.

  3. Una cruda realtà che come lo Zen di Palermo sembra cosi lontana dalla nostra città. Cosi estranea alla collettività, alle amministrazioni locali, ai cittadini tutti. Ci voleva una parola che riportasse in luce la verità.
    Dopo questo articoli quei banbini, quelle madri, quella scuola e quell’oratorio sono diventati anche nostri.
    Complimenti

  4. Una cruda realtà che come lo Zen di Palermo sembra cosi lontana dalla nostra città. Cosi estranea alla collettività, alle amministrazioni locali, ai cittadini tutti. Ci voleva una parola che riportasse in luce la verità.
    Dopo questo articoli quei banbini, quelle madri, quella scuola e quell’oratorio sono diventati anche nostri.
    Complimenti

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